Infermiere di famiglia e di comunità: intervista a Marcello Bozzi
Dell’importanza della professione dell’infermiere vi avevo già parlato in questo articolo dedicato ad Alba Rosa Conte e alla Scuola per Infermieri Professionali di Ancona. Torniamo a parlarne e stavolta con una intervista al mio amico Marcello Bozzi sulla figura dell’infermiere di famiglia e di comunità.
Marcello, innanzitutto chi sei?
«Prima un caro saluto a tutti i lettori di questa rivista che “colora” la nostra bella Ancona! E poi mi presento: sono Marcello Bozzi, infermiere dal 17 luglio 1975, assunto dall’Ospedale Umberto I il giorno successivo all’abilitazione all’esercizio professionale (allora ci si chiamava “infermiere professionale”), direttamente dall’allora Presidente del Consiglio di Amministrazione (Fulvio Montillo). A seguire ho fatto altri percorsi formativi, fino a quello da Dirigente dell’Assistenza Infermieristica presso l’Università Cattolica di Roma, alla Laurea in Sociologia presso l’Università di Urbino, alla Laurea Magistrale Area Infermieristico-ostetrica presso l’Università Tor Vergata di Roma e non sarebbe finita qui».
Basta, mi hai convinto: hai studiato. Hai anche lavorato?
«Lo sai bene visto che abbiamo lavorato tanti anni assieme. Voglio solo ricordare, non per orgoglio, ma per stimolo a chi fa e farà la mia professione, che con tutto quello che ho studiato sono arrivato fino alla Direzione di Struttura Complessa e di Dipartimento in importanti realtà del nostro Paese (Ancona, Siena, Pescara e Torino). Non tutti sanno che anche gli Infermieri possono arrivare a questo ruolo (l’equivalente del “primario” di una volta) e invece per fortuna oggi questo accade sempre più spesso».
Non lo dici tu, ma lo dico, io, nelle Marche forse hai avuto meno fortuna. Adesso dicci che figura è quella nuova dell’Infermiere di Famiglia e di Comunità.
«L’Infermiere di Famiglia e Comunità (d’ora in poi per semplicità IFC) è la figura professionale di riferimento che assicura la “presa in carico” dei pazienti con problematiche di fragilità, disabilità e cronicità, e cioè delle persone che per età e problemi di salute sono le più in difficoltà. Assicura poi la migliore risposta possibile ai bisogni di salute delle persone e della collettività in collaborazione con tutti i professionisti, perseguendo l’integrazione interdisciplinare, sanitaria e sociale, sforzandosi di porre al centro la persona. Facile da dire, più difficile da fare».
In pratica di che si occupa? Fammi alcuni esempi.
«Eccoli. Promuove stili di vita sani, la prevenzione e la gestione della salute in tutte le fasce d’età. Favorisce l’accessibilità ai servizi della persona assistita, specie quella con maggiori difficoltà, anche attraverso l’utilizzo ordinario degli strumenti digitali, di telemedicina e di teleassistenza. Promuove il coinvolgimento attivo e consapevole delle persone, organizzando processi e momenti di educazione sanitaria di gruppo, in presenza o da remoto, in collaborazione con tutti gli attori sanitari, in linea con le indicazioni del Dipartimento di Prevenzione e di Sanità Pubblica. Valorizza e promuove il coinvolgimento attivo della persona e di chi lo supporta, sempre a partire dalle persone più in difficoltà. Insomma accompagna le persone e le comunità nel loro rapporto con i servizi e con i propri bisogni di salute e nel farlo lavora in forte integrazione con le reti sociosanitarie e con i medici e i pediatri di famiglia e gli altri professionisti».
L’IFC sostituisce in qualche modo il Medico di Famiglia?
«Ovviamente no perché si tratta di diverse abilitazioni all’esercizio professionale, con saperi specifici e caratterizzanti diversi, non mutuabili tra loro. In particolare l’IFC può sviluppare una relazione continua con le persone affette da maggiori problemi di fragilità, disabilità e cronicità per verificare l’adesione alla terapia, la presenza/assenza di eventuali criticità (con contestuale informativa al medico di famiglia di riferimento), per migliorare i livelli di conoscenza delle persone assistite e favorire anche situazioni di auto-mutuo-aiuto. Tali attività ed azioni potrebbero risultare oltremodo rilevanti nelle aree disagiate dove la presenza del medico di famiglia risulta essere ridotta o comunque di difficile garanzia».
In Italia che diffusione ha questa figura? Cominciamo dalle altre Regioni e poi parliamo delle Marche.
«Come in tutto il resto c’è una grande variabilità in Italia, ma in alcune Regioni come la Toscana e l’Emilia-Romagna la sperimentazione di questa figura è molto avanti. Nella nostra Regione invece siamo ancora indietro perché tende a prevalere la logica della concentrazione delle risorse a partire dal personale negli ospedali e questa (quante volte Claudio ce lo siamo detti!) è una scelta da rivedere perché nella vita delle persone ci sono problemi di salute che l’ospedale non è in grado di affrontare o addirittura peggiora. Pensiamo all’anziano in ospedale».
Ad Ancona questa figura potrebbe servire?
«Per rispondere basta qualche dato. “In Ancona” (come diciamo noi) ci sono più di 26.000 persone con più di 65 anni (noi compresi) e circa il 10% necessita di una “presa in carico” per possibili problemi di cronicità/fragilità/disabilità (2.600persone). Sono poi presenti quasi 8.000 vedovanze, prevalentemente di genere femminile, di cui quasi 6.000 con più di 75 anni. Ci sono poi una cinquantina di ultracentenari. Insomma all’infermiere di famiglia e di comunità che oggi non c’è domani il lavoro non mancherebbe».
Per diventare IFC bisogna fare qualche corso speciale?
«Stante la specificità della figura professionale sia le Università, sia le Regioni, hanno attivato master e corsi specifici per questa nuova figura professionale. È importante tenere conto che i tanti infermieri impegnati nell’Assistenza Domiciliare assicurano comunque un servizio di alto livello, sicuramente migliorabile con ulteriori momenti formativi, sia accademici, sia nell’ambito della formazione continua. Insomma sono loro i primi candidati a fare gli IFC».
Già che ci siamo, è vero che mancano tanti infermieri in Italia e nella nostra Regione?
«Le ultime fonti ministeriali evidenziano che negli ultimi anni c’è stato un aumento di circa 19.000 infermieri. A questo riguardo ci sono tanti che danno letteralmente i numeri fino ad arrivare a sostenere che mancano 60.000 infermieri. Personalmente ritengo che oltre ad avere bisogno di più infermieri (ma non di così tanti in più) abbiamo bisogno di una migliore programmazione (meno ospedali) e di una migliore organizzazione. Piuttosto che parlare di “cosa manca” cercherei di capire “cosa serve” e in questo occorre tenere conto di nuove figure come quella dell’assistente infermiere».
Consiglieresti la professione dell’infermiere ai giovani?
«È una domanda interessante, ma anche complicata per le tante “sfaccettature” che la contornano. Da un punto di vista valoriale direi: certamente sì, Dare una risposta ai bisogni di salute di una persona “ti riempie”! Quello che ti dà una persona quando ti prende la mano, te la stringe, ti guarda negli occhi e ti dice grazie, è un qualcosa che difficilmente trovi in altri ambiti e contesti lavorativi. Straconsiglio allora questa professione, ma invito a riflettere sui motivi per cui oggi l’attrazione della professione infermieristica è così basso (si coprono a malapena i posti messi a bando dalle Università). Tanti i fattori che influiscono negativamente: il livello stipendiale (troppo basso rispetto al ruolo svolto e alle relative responsabilità), le possibilità di carriera (oggi limitate e con riconoscimenti minimali rispetto all’aumento delle responsabilità) e le pesanti turnazioni di lavoro. Diamo una risposta a questi problemi e magari l’interesse per questa splendida professione rifiorirà.
Da ultimo, visto che siamo “in Ancona”, consiglieresti di iscriverti al Corso di Laurea per Infermieri “in Ancona”?
«Avendo collaborato direttamente con il Prof. Giovanni Danieli (che desidero ricordare a poco più di un anno dalla sua scomparsa) all’attivazione del Corso di Laurea in infermieristica “in Ancona” insieme al collega Sandro Ortolani, non posso che dire: assolutamente sì! Ma dico anche che è giunto il tempo (anzi… è passato) che l’Università Politecnica delle Marche e la Regione riconoscano il giusto valore professionale a tutti coloro che sono impegnati nella progettazione e nella realizzazione dei percorsi formativi. Oggi c’è un distacco non giustificato rispetto ad altri Atenei che ad esempio hanno fatto già i loro Professori infermieri».
Grazie Marcello!
Claudio Maffei
Medico in pensione con una lunga esperienza di Direzione Sanitaria dopo un decennio di lavoro all’Università.
Si occupa tuttora di politica sanitaria su cui pubblica contributi in varie testate nazionali e regionali.
Ama la sua città e vorrebbe contribuire a migliorarla.