Inferno Pronto Soccorso: di chi è la colpa? La parola a chi ci lavora
I giornali sono pieni di storie drammatiche sui Pronto Soccorso, spesso descritti (e vissuti) come gironi infernali. Questo vale (e come) per il Pronto Soccorso di Torrette. Ma di chi è la colpa? Sarebbe bello, o meglio utile, che ci fossero una colpa e un colpevole, così sarebbe più facile porre rimedio. Ma in realtà i fattori che influiscono su questa situazione “infernale” sono tanti e io qui ne ricordo alcuni basandomi sull’esperienza che mi hanno raccontato dei colleghi che nei Pronto Soccorso ci lavorano o ci hanno lavorato. Facciamo conto che io li abbia intervisti tutti assieme. Vediamo cosa viene fuori da questa sorta di intervista collettiva.
Colleghi partiamo da una prima domanda: qual è il fattore di crisi che vi verrebbe da segnalare per primo?
Qui la risposta è pressoché unanime: l’arrivo di un numero sempre maggiore di pazienti “grandi” anziani con più patologie e privi di caregiver e cioè di qualcuno che dia loro assistenza quotidianamente. Questi pazienti stazionano a lungo in Pronto Soccorso in quanto i reparti che dovrebbero ricoverarli non riescono a prenderli perché hanno i posti letto occupati da pazienti dello stesso tipo che non riescono a dimettere. Il percorso per ottenere un posto in una struttura socio-sanitaria è lunghissimo e lo stesso vale per un eventuale rientro a domicilio con la copertura della assistenza domiciliare. Quello della carenza della assistenza domiciliare è un fattore da tenere in grande considerazione: apparentemente riguarda un numero consistente di anziani, ma di fatto le ore garantite sono così poche da essere inutili per le persone anziane con più problemi di natura sanitaria e sociale. Il Pronto Soccorso si è così trasformato in un reparto “vero” e la lunga attesa riguarda anche situazioni gravi come le fratture di femore. In questo modo il lavoro del Pronto Soccorso si snatura perché si finisce per mischiare casi da gestire rapidamente in ambulatorio con casi da assistere per tutta la giornata e attività ad esempio di igiene personale, somministrazione di terapie e monitoraggio clinico. La costante assenza di posti letto per i ricoveri in quasi tutti i reparti è poi influenzata dalla necessità di lasciare posti disponibili anche per i ricoveri programmati, ricoveri che a Torrette (che è ospedale pure universitario di riferimento regionale) vanno sia favoriti che controllati. Inutile negare che se possono i reparti si difendono dall’arrivo di pazienti che si sa già di difficile dimissione, visto che se tu mandi in un reparto di area medica un po’ di casi “sociali” rischi di non poter ricoverare per settimane altre persone.
Vi vengono in mente altri fattori di criticità?
E qui arrivano più risposte. La prima: manca una rete di comunicazione diretta tra Pronto Soccorso e territorio che permetta di selezionare quei pazienti che si potrebbe decidere di mandare direttamente in una struttura protetta. In questo capitolo rientrano anche i pazienti affetti da germi multiresistenti che in teoria potrebbero essere dimessi a domicilio perché non particolarmente gravi da un punto di vista clinico, ma che sono costretti a rimanere per giorni e giorni in ospedale per mancanza di possibilità di infondere farmaci parenterali a domicilio. Oltretutto in pazienti con germi multiresistenti (e cioè con germi resistenti a gran parte degli antibiotici) richiedono di essere isolati, il che sottrae posti letto, e comportano maggiori carichi assistenziali per via delle misure da adottare per evitare la diffusione di quei germi. La seconda: manca qualcuno che controlli quanti giorni inutili di ricovero vengono persi nei reparti in attesa di una consulenza o di un esame diagnostico. La terza: servirebbe più personale, in particolare, ma non solo, per il turno di notte che è diverso da quelli di giorno quasi solo in termini orari, visto che i carichi di lavoro sono molto simili. La quarta: un 10-15% di accessi sono dovuti alla impossibilità di trovare nel territorio in tempi ragionevoli una prestazione diagnostica o una visita specialistica “urgenti”.
A microfoni spenti vi viene in mente qualcos’altro?
Non sbilanciatevi, tanto vi leggo nel pensiero e rispondo io per voi: il personale è scoppiato per le condizioni di lavoro fisicamente e psicologicamente disumane, non si vede la minima parvenza di cambiamento, gli stipendi sono miseri, non si vede alcuna prospettiva di crescita, non si organizzano corsi di aggiornamento, c’è una enorme pressione da parte di parenti, pazienti e burocrati, le procedure di trasferimento sono troppo complicate e in generale le scartoffie sono troppe e inutili. Per ora può bastare.
Suggerimenti ne avete?
A doverne scegliere uno raccomandiamo di investire sulle strutture a bassa intensità di cure (come le residenze sanitarie e i cosiddetti ospedali di comunità) in cui servono tanti più posti rispetto a quelli che ci sono adesso perché la sfida già oggi è quella della gestione della persona anziana non autosufficiente con più patologie e senza nessuno che riesce a prendersene cura a domicilio. Oltre a più posti letto queste strutture hanno bisogno di più personale, altrimenti per ogni minima cosa si continueranno a inviare le persone al Pronto Soccorso.
Mio commento finale.
Nei giornali si è parlato molto di responsabilità dei medici di famiglia che non farebbero abbastanza filtro. Chi ho intervistato ha evidenziato ben altre priorità cui chi governa e gestisce la sanità pubblica dovrebbe mettere mano, anziché fare, come fa la attuale (e purtroppo futura) Giunta che anziché far funzionare i Pronto Soccorso che ci sono ne ha promessi di nuovi strategicamente collocati nei bacini elettorali di maggiore interesse personale di alcuni Assessori.
Claudio Maffei
Medico in pensione con una lunga esperienza di Direzione Sanitaria dopo un decennio di lavoro all’Università.
Si occupa tuttora di politica sanitaria su cui pubblica contributi in varie testate nazionali e regionali.
Ama la sua città e vorrebbe contribuire a migliorarla.