Il Piano per i giovani. Intervista a Don Giampiero De Nardi
Per indicare il capo di una comunità di Salesiani si usa il termine di “Direttore” sin dai tempi della fondazione dell’Ordine, quando il ministro Urbano Rattazzi, feroce anticlericale eppure amico di Don Bosco, gli suggerì di trasformare la sua organizzazione religiosa in associazione di liberi cittadini per sottrarla alle pesanti sanzioni con cui lo stesso ministro cercava di fiaccare la Chiesa. Me lo racconta don Giampiero De Nardi, che dunque è il Direttore dei Salesiani di Ancona, mentre passeggiamo nel cortile dell’Oratorio di Corso Carlo Alberto. Ci passa accanto una signora velata, che tiene in mano un rosario musulmano. «Tutti i giorni viene qui a pregare» mi dice don Giampiero, con il tono appagato di chi ti mostra una medaglia. Perché qui, chiedo io. «Perchè qui tutti si sentono a casa», mi risponde il sacerdote.

Dappertutto vedo ragazzini che chiacchierano insieme, ascoltano musica, giocano a carte, aspettano il doposcuola. Al piano di sopra c’è il centro diurno, sopra ancora uno studentato universitario. Giovani dappertutto, anche loro qui si sentono a casa. Ecco perché qualche tempo fa il Resto del Carlino ha definito don Giampiero il “Parroco dei Giovani”.
«Siamo salesiani -mi spiega lui- il servizio ai giovani ci caratterizza. La presenza giovanile è molto forte, calcoliamo che più o meno ogni settimana passano circa 600 ragazzi, il che fa di noi uno dei punti di aggregazione e quindi di integrazione più grande della città».


Già perché l’accesso a tutti i servizi non è riservato ai soli cattolici.
«La popolazione che ci frequenta è multiculturale e multireligiosa -continua Don Giampiero- non solo tra i ragazzi, ma anche tra i volontari. Abbiamo musulmani, ortodossi, evangelici, molti di loro sono cresciuti qua e dopo aver ricevuto qualcosa, hanno deciso di restare per restituirlo sotto forma di tempo e di impegno».

Don Giampiero è romano, mi racconta che il suo arrivo in Ancona è stato casuale: «Venivo da 12 anni di missione in Guatemala, una situazione parecchio difficile, un posto in cui davvero senti di avere un ruolo essenziale per la sopravvivenza delle persone. Purtroppo a causa delle condizioni di vita molto impegnative il mio fisico cominciava a risentirne, il medico mi impose un periodo di riposo. Tornai in Italia, dovevo restare fermo 4 mesi e poi ripartire, invece dopo solo due mesi il mio superiore mi chiese di venire ad Ancona, dove c’era bisogno di una mano per far ripartire la parrocchia che versava in una situazione un po’ stagnante. Doveva essere solo per un breve periodo, ma dopo il Covid mi è stato chiesto di restare ancora. Due anni fa, alla festa per i 125 anni dei salesiani di Ancona, il superiore mi ha chiesto di fermarmi per un ulteriore triennio ed eccomi qui».
A suon di triennali come i calciatori! Non è ora di un contratto a tempo indeterminato?
«Credo di no. La mia aspirazione massima è sempre quella di tornare in missione e poiché è una vita molto impegnativa a livello fisico, devo ripartire prima di diventare troppo vecchio».
Non suona come una buona notizia per il quartiere, ma è perfettamente comprensibile. Nel frattempo però Don Giampiero ha dato un impulso decisivo per il rilancio della Parrocchia, forse molto oltre le aspettative, e oggi dal portone di Corso Carlo Alberto 77 si accede a un mondo a dir poco incredibile. L’oratorio identifica il luogo, ma attorno a quello ci sono tanti servizi, dedicati a tutte le fasce di età: un centro diurno in convenzione col Comune dedicato a bambini dai 7 ai 17 anni che hanno delle situazioni familiari delicate, un centro di ascolto psicopedagogico per adolescenti e per famiglie, frutto di un progetto sviluppato con Fondazione Cariverona, un doposcuola che segue circa 100 bambini, uno studentato universitario con canoni di affitto di molto inferiori alle medie del mercato. Poi c’è la scuola di danza, con circa 100 iscritti, il gruppo di basket, che quest’anno ha pure una prima squadra, e ancora gli scout e altro. Ultima nata quest’anno, una scuola professionale con due indirizzi per elettricisti e operatori della moda.
«Una scuola superiore vera e propria, che permette di sostituire l’obbligo scolastico, per cui chi viene qui ha un titolo triennale riconosciuto. Abbiamo tanti ragazzi che nei percorsi scolastici classici hanno fallito, che non mettevano più piede in una scuola perché proprio non riuscivano, e che invece stanno avendo ottimi risultati. I nostri primi diplomati arriveranno solo tra tre anni, ma nelle scuole salesiane già avviate in altre parti d’Italia riscontriamo un livello di accesso al lavoro del 96%, percentuale altissima».

L’Oratorio resta comunque il biglietto da visita, la porta di ingresso al panorama salesiano.
«È il luogo dell’incontro e della relazione non strutturata -racconta il Direttore-. Don Bosco teneva più al cortile che all’aula scolastica, diceva che un buon professore non è solo quello che sa insegnare, ma quello che si butta nel cortile a giocare con i ragazzi, perché quello è il luogo senza barriere sociali, in cui ognuno si manifesta per ciò che è. Lì un educatore può fare la differenza».

Per far funzionare le cose bisogna coinvolgere tante persone e saper attrarre risorse. La generosità dei singoli, gli sponsor, ma anche un grande lavoro sui bandi. Poche settimane fa è stato ufficialmente presentato “Community Land”, progetto di innovazione sociale finanziato da Regione e Fondo Sociale Europeo Plus che prevede un investimento di 800mila euro per azioni che insistono prevalentemente sui quartieri del Piano, degli Archi, di Vallemiano, con puntate anche a Osimo, Falconara e Jesi. I Salesiani sono ente capofila, tra i partner troviamo Amad, Arcopolis, Casa delle Culture, Pangea e Terzavia.
«Lo stimolo mi è arrivato dalla consigliera comunale De Angelis, che mi ha chiesto di fare da collettore per le tante realtà del terzo settore che operano nel quartiere e in quelli limitrofi. Soggetti anche molto differenti tra loro che però in fondo perseguono lo stesso obiettivo, cioè l’impegno per gli ultimi. Abbiamo iniziato a riunirci, a costruire relazioni, e quando è uscito questo bando abbiamo voluto metterci alla prova. È andata bene, abbiamo ottenuto un finanziamento molto ingente che ci permetterà di mettere a terra iniziative importanti. Ma la cosa più preziosa, secondo me, ancora più dei soldi che arriveranno, è aver allacciato dei rapporti che resteranno anche dopo la fine del bando».

Il parroco dei giovani, dicevamo. Quella volta don Giampiero era stato interpellato dal Resto del Carlino, era il periodo in cui tutti i giorni si parlava dei “maranza”.
«Lo dico sempre, voi giornalisti avete una grande responsabilità perché quando descrivete una realtà, finite per plasmarla. Se ai ragazzi continuiamo a dire che sono delinquenti, è più facile che lo diventino. Si creano modelli, anche mentali, stereotipi e pregiudizi dai quali poi diventa difficile uscire. E allora a qualcuno non resta che aderirvi».
Le profezie che si auto-avverano.
«Ti faccio un esempio. Quando sono arrivato qui mi è stato detto che questa parrocchia era anziana. Io per tre mesi ci ho creduto, poi girando per le benedizioni delle case mi sono accorto che in realtà la zona è piena piena di giovani. Stranieri, d’accordo, ma tra questi ci sono tantissimi boliviani, peruviani, filippini, quindi cattolici. Solo che c’era bisogno di portarli dentro la parrocchia. Ho fatto più battesimi negli ultimi tre anni che nei vent’anni precedenti. Questo solo per dirti quanto gli schemi possano diventare paraocchi e di conseguenza quanto il pregiudizio, se non lo metti in discussione, rischi di diventare la verità. Quindi se nel mio schema un ragazzo è cattivo, continuerò a vederlo così, qualsiasi cosa faccia. Non è un caso che molti degli episodi di violenza che hanno visto protagonisti dei giovanissimi abbiano avuto luogo in centro. Accade lì perché è lì che si sentono inadeguati, non accettati, non desiderati».

Un paio di settimane fa si è votato per il referendum giustizia. La bella notizia per tutti, al di là del risultato, è stata l’ampia affluenza e la partecipazione di tanti giovani al voto. Quei giovani accusati di menefreghismo e disimpegno, che invece rispondono quando si tratta di intervenire nel merito delle questioni e che semmai rifuggono la politica intesa in senso tradizionale, quella dei partiti, quella della rappresentanza istituzionale, quella degli schieramenti.
«Partiamo da un presupposto: i giovani non dovrebbero essere i destinatari, bensì i protagonisti delle scelte che li riguardano. Hanno una creatività, una potenzialità, un modo di affrontare la vita che sicuramente è ancora segnato dalla capacità di sognare, anche se la società spesso fa di tutto per spegnere quei sogni. Mi parli di politica, ma a quale modello di politica stiamo cercando di farli appassionare? Ecco, questa è la domanda. Ciò premesso, ti posso dire comunque che attualmente in consiglio comunale siedono 3 giovanissimi che provengono dal nostro oratorio: Andreani, Battino e Petrelli. Come sai hanno idee diverse tra loro, ma sono la dimostrazione che i giovani che hanno voglia di impegnarsi ci sono ancora».
A questo punto ci dia la ricetta.
«Bisogna credere in loro e far sì che essi stessi credano in loro, questo è il compito della società, della politica, ovviamente della Chiesa. Io come Salesiano nella politica partitica non entro, ma educo i ragazzi a impegnarsi. Prima del referendum qui in parrocchia hanno organizzato un dibattito e a guidarlo, esponendo le posizioni del Sì e del No, c’erano un ragazzo e una ragazza. Purtroppo non ero presente, ma mi hanno riferito di un incontro equilibrato e appassionato. La politica buona è ancora quella che sa di servizio reso alla comunità».

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Le foto che accompagnano l’intervista a don Giampiero De Nardi sono di Francesca Tilio. La fotografa jesina, come sempre le riesce, ha saputo cogliere alla perfezione l’atmosfera calda e accogliente di un luogo che non lascia indifferenti.
Matteo Belluti
Matteo Belluti si occupa di comunicazione e scrittura creativa per conto di enti, aziende e associazioni.
Veglia su Ancona Rivista a Colori sin dal suo primo vagito.