La burocrazia del fine vita: le scelte della persona e le responsabilità della politica
I Farisei, nei Vangeli, sono quelli che Gesù rimprovera perché pongono la regola, il rito e la forma davanti alla misericordia e alla persona. Quando discutiamo di fine vita, il rischio di una nuova ipocrisia farisaica è esattamente questo: trasformare una questione che riguarda persone, sofferenza e libertà in un labirinto di formule, competenze e rinvii.
Sul suicidio medicalmente assistito, però, occorre innanzitutto chiarire di che cosa stiamo parlando.
Alle Regioni non viene chiesto di inventare un nuovo diritto né di decidere se il suicidio assistito sia moralmente giusto o sbagliato. La Corte costituzionale ha già individuato, a determinate e rigorose condizioni, i casi nei quali l’aiuto al suicidio non è punibile e ha affidato alle strutture pubbliche del Servizio sanitario nazionale la verifica della sussistenza di quelle condizioni.
È qui che comincia il problema politico.
Perché tra riconoscere astrattamente una possibilità prevista dall’ordinamento e renderla concretamente accessibile c’è di mezzo l’amministrazione.
Le Regioni che hanno disciplinato la materia non hanno creato dal nulla una nuova fattispecie giuridica: hanno cercato di stabilire chi deve decidere, attraverso quale procedimento e soprattutto entro quali tempi. Perché, in una materia come questa, anche il tempo è sostanza.
Un procedimento senza termini certi può trasformarsi, per una persona già gravemente malata e sofferente, in una forma concretissima di crudeltà amministrativa.
Ancona, da questo punto di vista, ha una storia importante da raccontare. È stato proprio il Tribunale di Ancona, in una vicenda divenuta simbolica, a imporre –per primo in Italia- all’azienda sanitaria di assumersi le proprie responsabilità nella verifica delle condizioni indicate dalla Corte costituzionale. Un’ordinanza collegiale di quelle che, per profondità e indipendenza, riconciliano persino con la professione di avvocato.
La questione politica, allora, è molto più semplice di quanto si voglia far credere. Quanto siamo disposti a tollerare che la burocrazia diventi lo strumento attraverso il quale ciò che l’ordinamento consente viene, nei fatti, impedito? Il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli ha detto che il fine vita è «un argomento particolarmente complesso, che tocca la sfera personale ancor prima di quella politica» e che quindi è bene “non decidere”. È difficile dargli torto sulla prima parte della frase, è una questione profondamente personale; ed è precisamente per questo che la politica dovrebbe avere la modestia di non sostituire la propria coscienza a quella del cittadino. Nessuno chiede al presidente della Regione di decidere se scegliere il suicidio medicalmente assistito sia giusto o meno e nessuno chiede alla Giunta regionale di sostituirsi al travaglio interiore di una persona gravemente malata, della sua famiglia, dei medici che la assistono.
Alla politica e all’amministrazione pubblica viene chiesta una cosa molto più semplice e insieme molto più seria: fare il proprio mestiere. Stabilire procedure comprensibili. Individuare responsabilità, garantire valutazioni rigorose. Assicurare tempi certi. Anche la Corte costituzionale ha continuato a sollecitare il legislatore affinché questa materia riceva una disciplina puntuale. Ma nell’attesa non si può pretendere che siano i malati a pagare il prezzo dell’inerzia delle istituzioni. Tirare in mezzo Dio per giustificare una procedura amministrativa inefficiente significa confondere -così come i Farisei confondevano forma e sostanza- due piani che dovrebbero restare distinti.
La fede può indicare a ciascuno come vivere e come affrontare la propria morte. Lo Stato, in una democrazia liberale, ha un altro compito: consentire a persone con convinzioni diverse di vivere insieme senza che la concezione morale di alcuni venga imposta a tutti.
Nessuna legge potrà mai eliminare il dolore di una scelta di fine vita. Nessuna procedura potrà rendere semplice ciò che semplice non sarà mai. Ma proprio per questo un’istituzione degna di questo nome dovrebbe almeno evitare di aggiungere alla sofferenza della persona quella della propria inefficienza. In fondo la questione è tutta qui: capire se consideriamo l’amministrazione un ostacolo davanti al cittadino o uno strumento attraverso il quale ciascuno possa esercitare, nelle forme consentite dall’ordinamento, la propria libertà. È questa, prima ancora che una questione sul morire, una questione molto democratica sul modo in cui vogliamo vivere insieme.
Ezio Gabrielli
Ezio Gabrielli è avvocato. Ha iniziato il proprio percorso politico nella Rete e poi come coordinatore provinciale del Movimento Prodi. È stato consigliere comunale e assessore ad Ancona, amministratore di società di servizi pubblici e componente della segreteria provinciale dei Democratici di Sinistra tra il 2001 e il 2007, poi in segreteria comunale di Ancona. Dopo l’uscita dal Partito Democratico nel 2019, nel 2025 aderisce a +Europa.