Dinnanzi alle drammatiche immagini delle alluvioni che in questo periodo hanno colpito varie parti d’Europa sarà capitato di pensare che noi abbiamo conosciuto eventi naturali drammatici come il sisma del 1972 o la frana del 1982 ma, salvo qualche limitato allagamento, fenomeni di quel tipo da noi per fortuna non accadono. In effetti invece è già accaduto, anche se forse la memoria collettiva lo ha dimenticato.
Il 5 settembre del 1959 Ancona subì infatti un’alluvione catastrofica che a tutt’oggi resta il disastro naturale più tragico che ha colpito la città.
Dopo una giornata grigia verso sera, più o meno attorno alle 20, la perturbazione che insisteva sulla città assunse l’intensità di un vero e proprio uragano, riversando con violenza incredibile, per tre ore ininterrottamente, una quantità di pioggia che normalmente cadeva sul territorio nell’intera stagione autunnale.
In pochissimo tempo dalle zone collinari cominciarono a scendere verso la zona bassa della città veri e propri torrenti limacciosi che trascinavano fango e detriti di ogni genere travolgendo tutto quello che incontravano nel loro tragitto. Alcuni veicoli furono trascinati dalla zona del Piano verso Piazza Rosselli e sfondarono le vetrate della stazione andandosi ad incuneare nelle scale dei sottopassaggi.
In tutta la città vi furono scene di panico tra la gente terrorizzata dalla violenza del fenomeno mai visto prima. Le zone più colpite furono quelle dove da alcuni anni si stava sviluppando la “seconda Ancona”: Valle Miano, Piano S.Lazzaro, Corso Carlo Alberto, Palombella, per il cui collegamento con il centro città era in costruzione la galleria Risorgimento. In corso Carlo Alberto, sotto la grande pressione delle acque, scoppiarono le fogne e si aprì una grossa voragine che inghiotti tutto ciò che era trasportato dalla acque. Ma un pò tutta la città venne colpita dalla fiumana e ricoperta di materiali di ogni genere trascinati dalla corrente. Un altra zona duramente colpita fu quella del bacino dell’Aspio, ma lì le conseguenze furono meno drammatiche perché non era stata ancora urbanizzata come lo è attualmente.

Quale sia stata la dimensione di quelle ore drammatiche la dà il tragico bilancio esposto nella relazione al Consiglio Comunale dall’allora sindaco Angelini. Vi furono dieci vittime, alcune delle quali trovate dopo qualche giorno, 40 feriti, alcuni dei quali subirono lesioni gravi permanenti. Le abitazioni evacuate per i danneggiamenti furono 226 e 19 di esse vennero dichiarate definitivamente inagibili. Furono danneggiate più o meno gravemente 264 aziende commerciali, 146 artigiane e 31 industriali. I Vigili del Fuoco effettuarono circa 700 interventi di soccorso salvando diverse persone che erano in situazioni di grave pericolo. Le cronache di allora parlano di cittadini restati per ore aggrappati a grossi tronchi di albero o arrampicatisi su qualsiasi cosa che consentisse loro di sottrarsi alla furia delle acque. Il quadro della città che viene rappresentato dalle fonti giornalistiche nei giorni successivi è desolante racconta di rovine, di auto fracassate, di negozi sventrati. Anche il traffico ferroviario venne temporaneamente interrotto per la impraticabilità dei binari.
Ben presto si capì che le cause del disastro non erano imputabili solo alla eccezionalità del nubifragio ma anche alle mutate condizioni idrologiche dei bacini imbriferi del Conocchio, della Valle del Miano e dell’Aspio, dovute all’intensa edificazione e alla totale inadeguatezza del sistema fognario della città. La comprensione di queste ragioni determinò ovviamente molta preoccupazione nella cittadinanza e come riferì il Sindaco vi furono imprese commerciali che manifestarono la volontà di non riaprire, alcune minacciarono il trasferimento in altre zone e molte famiglie che risiedevano nelle aree più colpite cominciarono a vivere in uno stato di continuo allarme.
Fu richiesta, come sempre avviene in queste situazioni, una legge speciale per fronteggiare i danni e per creare condizioni di sicurezza. Nel breve periodo furono effettuati alcuni lavori di pronto intervento sui fossi della valle del Miano e dell’Aspio poi si comprese che erano necessari interventi più radicali. Fu affidato all’architetto Gio Ponti lo studio delle mutazioni intervenute sui bacini imbriferi e la progettazione delle opere necessarie per adeguare la rete fognaria e mettere in sicurezza la città. Furono così costruite le grandi vasche di raccolta sotto piazza Cavour e nella zona di valle Miano e il nuovo collettore di acque bianche che sfocia sotto le rupi tra il Guasco ed il Cardeto. Il progetto però non fu mai completato. Non furono infatti realizzati i necessari raccordi della rete fognaria che dovevano canalizzare verso le grandi vasche di raccolta le acque piovane delle zone collinari della città. Un’altra incompiuta.
Massimo Pacetti
Da insegnante è stato il fondatore della CGIL Scuola provinciale e ha diretto per oltre 15 anni l’Istituto Regionale per la storia del Movimento di Liberazione.
Eletto consigliere comunale di Ancona nel 1975 come indipendente nelle liste del PCI, ha ricoperto l'incarico di assessore e vice sindaco, poi deputato, consigliere regionale e infine Assessore provinciale a Cultura, Istruzione, Formazione e Lavoro. Una lunga militanza politica, dal Pci ai Ds, di cui è stato a lungo membro della Direzione Nazionale. È stato segretario regionale di Pds e Ds, dal 1994 al 2001. Ha lasciato il PD nel 2014.