La scuola per Infermieri Professionali dell’Umberto I: un ricordo in bianco/nero per andare avanti… a colori
Antefatto, anzi due antefatti. Primo: mi sono preso l’impegno con la redazione di Ancona a Colori di scrivere un pezzo al mese sul tema della salute. Secondo: ho deciso da un po’ che, se possibile, conviene parlare del tema scelto prendendo come riferimento una persona vera. Così ho fatto l’ultima volta, quando per parlare della medicina generale e della sua importanza, ho scelto il dott. Aldo Pelliccia. Oggi voglio parlare degli infermieri e per farlo ho scelto la figura di Alba Rosa Conte, che ha 87 anni molto ben portati e che è stata la storica direttrice della Scuola per Infermieri Professionali di Ancona.
Perché parlare degli infermieri? Perchè si tratta di una figura professionale chiave e nello stesso tempo di una figura professionale in crisi. Che sia una figura chiave lo sanno sia coloro che lavorano in sanità che coloro che la sanità la utilizzano da cittadini e da pazienti, dentro e fuori gli ospedali. Gli infermieri (attenzione: il termine infermieri professionali non va più usato) sono dei professionisti della sanità con ampi spazi di autonomia e relative responsabilità. Non ho la competenza per entrare nel merito di quanto sia cambiata nel tempo questa professione, ma qualche cosa la posso dire. Oggi gli infermieri hanno la loro laurea, i loro corsi magistrali e la loro formazione specialistica. Gli infermieri fanno le “loro” diagnosi e fanno di conseguenza le “loro” scelte assistenziali che non si sovrappongono, ma si integrano con quelle degli altri professionisti, in particolare del medico. Hanno per questo la loro cartella clinica. Gli infermieri dunque non svolgono compiti e mansioni assegnati da altre figure, ma operano autonomamente con propri strumenti dentro un percorso di pianificazione che essi stessi gestiscono. Hanno percorsi di carriera sia all’interno del Servizio Sanitario Nazionale che dentro l’Università e una loro organizzazione per Dipartimenti e Unità Operative come tradizionalmente avviene con i medici.
Ma se la professione infermieristica è così cresciuta perché oggi c’è una crisi delle vocazioni? Perché le iscrizioni sono in calo e da un po’ il numero dei medici laureati è superiore a quello degli infermieri laureati quando è sempre avvenuto il contrario? La spiegazione è che il trattamento economico degli infermieri non è adeguato se lo confrontiamo con quello degli altri Paesi e non è cresciuto come è invece cresciuta la professione. E poi perché dove prima ho usato l’indicativo in realtà avrei dovuto usare spesso il condizionale (gli infermieri dovrebbero operare con propria autonomia e responsabilità, dovrebbero avere percorsi di carriera sia nel Servizio Sanitario Nazionale che all’Università, ecc.) perché in molte situazioni queste competenze, queste potenzialità e queste aspettative degli infermieri non riescono ad esprimersi come dovrebbero. Di qui la crisi di cui parlavo prima, una crisi che è una priorità affrontare perché con pochi infermieri la sanità pubblica arretra.
In tempi di crisi si cerca conforto nella storia e nelle figure che l’hanno positivamente caratterizzata. E questo mi ha portato a recuperare la testimonianza di Alba Rosa Conte che ha diretto la Scuola per Infermieri Professionali di Ancona dall’ottobre 1976 all’agosto 1997. Da quell’anno in poi la formazione degli infermieri la farà l’Università coi suoi corsi di laurea (attualmente 5, con sedi ad Ancona, Pesaro, Macerata, Fermo e Ascoli Piceno). La testimonianza della Direttrice l’ho raccolta da un suo libro, “Le rondinelle dell’ospedale”, per il quale mi sono affidato ad una sorta di catena di Sant’Antonio con Marcello Bozzi che mi ha segnalato la sua esistenza, Annalisa Scarponi che mi ha prestato la sua copia, Marisa Carnevali che mi ha messo in contatto con la Direttrice che ha volentieri aderito alla mia richiesta di citare il libro e di utilizzare alcune delle foto in esso contenute. Il libro fu pubblicato nel 1998 a cura dell’Azienda Ospedaliera Umberto I di Ancona, di cui al tempo ero Direttore Sanitario (perché, anche se non pare, c’è stato un tempo in cui ho persino lavorato), e raccoglie le riflessioni della Direttrice sulla esperienza di 40 anni della Scuola Infermieri dell’Umberto I di Ancona.
Sfogliare questo libro mi ha fatto fare un tuffo all’indietro di qualche decennio, a quando nei primi anni ’80 cominciai a insegnare nella Scuola. Le mie lezioni erano il primo pomeriggio e io ero terrorizzato, perché ero giovane, inesperto e incompetente. La materia (Igiene, mi pare) non era oltretutto delle più appassionanti per cui ogni volta che finivo un Corso era un gran sospiro di sollievo. Ma torniamo alla Scuola e alla sua Direttrice, che ha perfettamente interpretato per 20 anni un ruolo ereditato da Suor Maria Pia Mecatti, che aveva fondato la Scuola nel 1957, Scuola che fino al 1970 comportò l’obbligo dell’internato, tanto che si chiamava Scuola Convitto.
Delle tante cose scritte dalla Direttrice nel libro scelgo di riportarne un paio di pagina 101 dove la Direttrice scrive che “L’assistenza infermieristica ormai non si identifica più in un insieme di prestazioni basate solo sul buon senso, l’intuito e l’addestramento. E’ diventato un processo basato su un quadro teorico di riferimento formulato da infermieri”. E poi nella stessa pagina la Direttrice prosegue ricordando che la Scuola di Ancona segue una teoria che “fa appello a basi scientifiche per ottenere obiettivi stabiliti con la diagnosi infermieristica e la pianificazione degli interventi. Il quadro di riferimento si fonda sul ruolo autonomo dell’infermiere e sul ruolo attivo dell’assistito”. Insomma la Direttrice era “avanti” come impostazione, ma era anche consapevole delle difficoltà che gli infermieri avevano (e continuano ad avere) nell’adottare questo modo “nuovo” di svolgere il proprio ruolo che a volte debbono imporre, tante sono le resistenze. Tanto consapevole che nella quarta di copertina la Direttrice cita Florence Nightingale (la fondatrice della moderna assistenza infermieristica) che così scriveva nel maggio 1872: “la nostra professione di Infermiere è tale che noi retrocediamo continuamente, se non ci sforziamo di divenire, di giorno in giorno, migliori; questo è ancora tanto più vero quanto più vasta si fa la nostra esperienza”.
Quanto è ancora vera questa affermazione!
Lascio alle foto tratte dal libro il compito di collegare le difficoltà del presente alle radici in bianco e nero del passato nella speranza di un futuro migliore a colori per la professione infermieristica, che vorrebbe dire un futuro migliore per tutti noi.
P.S.: Mi scuso con le mie tante amiche infermiere e i miei un po’ meno numerosi amici infermieri per gli sfrondoni che forse ho scritto sulla loro professione. Non me ne vogliano.



Claudio Maffei
Medico in pensione con una lunga esperienza di Direzione Sanitaria dopo un decennio di lavoro all’Università.
Si occupa tuttora di politica sanitaria su cui pubblica contributi in varie testate nazionali e regionali.
Ama la sua città e vorrebbe contribuire a migliorarla.