“La strada è giusta, ma va curata”. L’analisi del voto di Ezio Gabrielli
Ezio Gabrielli è avvocato, ex amministratore, politico di lungo corso, da maggio coordinatore cittadino di Più Europa e da sempre impegnato nel centro-sinistra. All’indomani della disfatta elettorale ha dichiarato su Facebook di volersi immergere per qualche giorno nella lettura di fogli di calcolo Excel per darsi delle spiegazioni.
Ebbene Ezio, che cosa ti hanno suggerito i numeri?
«Per esempio che negli ultimi 15 anni il centro-sinistra vede costantemente crescere l’incidenza delle preferenze alla persona rispetto alle preferenze ai partiti, e in più aumenta il peso delle liste “personali”, cioè centrate su singoli candidati, cosa che fino a poco tempo fa non era caratteristica tipica della sinistra»
Secondo te questa è una peculiarità delle Regionali, per il meccanismo che hanno, o è una tendenza generale?
«La vediamo nettamente sulle Regionali, però secondo me è un portato generale, cioè di fronte a una crisi di proposta politica c’è un ripiegamento sulle persone. Del resto lo aveva già previsto Pasolini 50 anni fa, che il sistema politico italiano si sarebbe trasformato in un civismo senza ideologia».
Questo vuol dire che la sinistra perde perché propone persone sbagliate?
«Non direi. Tu puoi avere delle Ferrari ma se le fai correre in stradine disastrate, non tirerai mai fuori grandi risultati».
Usciamo dalla metafora: le Ferrari sono Matteo Ricci, Valeria Mancinelli, ecc. La strada disastrata cos’è?
«Tutto il centro-sinistra è una strada che non viene curata da almeno 10-15 anni. Se è oggettivo che c’è un vento di destra ovunque, noi dovremmo sentirci più responsabilizzati smettendo, ad esempio, di raccontarci favole per sentirci più rassicurati. La prima favola, la più grande, è che le Marche sono una regione rossa. La realtà è che –a differenza delle regioni rosse sul serio- dagli anni 70 siamo stati governati, a parte un brevissimo lasso di tempo con il Presidente Ciaffi, da una proposta centrista, nel 1995 la sinistra è andata al governo grazie alle capacità dei nostri dirigenti di allora di cogliere il cambiamento epocale in atto. Poi è arrivato Spacca, non esattamente Che Guevara, che ha garantito il passaggio, e infine l’esperienza di Ceriscioli che aveva già messo in luce una scollatura della sinistra con la realtà regionale. Quindi bisogna che questa favola ce la leviamo dalla testa. Se partiamo da un presupposto sbagliato, e cioè che un territorio ci appartiene per dna e che basterà richiamarci ai valori della sinistra per vincere, siamo spacciati. Noi quei valori dobbiamo difenderli in concreto non dichiararli semplicemente. E dobbiamo declinarli in modo moderno facendo comprendere i limiti della semplificazione della destra. Secondo, chiedo: qualcuno ha già fatto un’analisi del perché abbiamo perso nel 2020? Da anni il nostro meccanismo di difesa è la “rimozione” tendiamo a non fermarci mai rispetto ai risultati mancati e andiamo avanti compulsivamente saltando da un candidato ad una formula perdendo di vista un avversario che ha fatto del radicamento territoriale una religione. Tre, un progetto che possa definirsi tale. Il campo largo era e resta imprescindibile, ma non basta la formuletta e non bastano i nomi, il valore di quel progetto va portato alle persone e misurato con la realtà. Stavolta la coalizione proponeva un programma elettorale di qualità, è mancato il tempo di coltivarlo e di farlo maturare nell’elettorato. Le formule astruse alla lavagna convincono poco».
Quanto hanno inciso sulla sconfitta questi tre elementi: la bandiera della Palestina sventolata in chiusura di campagna elettorale?
«Non lo vedo come un errore, ma se anche fosse, il risultato elettorale non si spiega con un semplice errore di comunicazione».
L’inchiesta su Affidopoli?
«Temo che quella vicenda abbia fatto male, soprattutto nel pesarese e soprattutto tra gli elettori di Avs e 5 Stelle»
La litigiosità del Pd al momento delle candidature?
«È un esempio di quello che intendo quando ti parlo di strade accidentate e piene di buche».
Ti aspetti dimissioni più o meno volontarie dei dirigenti dei vari partiti?
«Non mi va di entrare nelle faccende dei singoli partiti e in ogni caso per me queste sono questioni poco rilevanti. No, mi aspetto che si cominci a lavorare per far funzionare il campo largo e non per affossarlo. Facciamo un esempio, adesso ci sarà la partita dell’organizzazione dei gruppi in Regione, capogruppo, vicepresidente, solite cose. Questa sarà l’occasione in cui misurare il valore delle persone in campo, perché già da lì si capirà qual è il grado di consapevolezza che i partiti avranno rispetto al proprio ruolo all’interno di una coalizione. Abbiamo un gruppo di opposizione molto “centrato” su Ancona, tra Mancinelli, Nobili, Mastrovincenzo, forse Caporossi. Se riusciranno a lavorare bene insieme sarà senz’altro un vantaggio enorme per la città e per il futuro della proposta di centrosinistra. Se però chi ha una posizione di forza già si presenta sbattendo una pistola sulla scrivania, allora ricominceremo con le solite follie…»
Giriamo lo sguardo. Il risultato elettorale di Ancona è un campanello d’allarme per Silvetti?
«È piuttosto una sveglia per noi. Silvetti oltre a non governare ha proposto 3 assessori e nessuno è stato eletto, non ci sono nemmeno andati vicino. Peraltro li ha fatti impegnare in prima persona senza nemmeno garantire loro una copertura elettorale, avendo il sindaco fatto campagna per Bugaro. Il quale, a sua volta, è arrivato secondo dietro al candidato del vice-sindaco. Ci dobbiamo svegliare perdere un’altra volta contro questi qua sarebbe solo colpa nostra».
La mancata elezione degli assessori secondo te è testimone di un clima tossico che c’è all’interno del centrodestra oppure ti suona più come una bocciatura decretata dai cittadini?
«Il corpo elettorale è razionale e intelligente, non a caso l’attuale assessore regionale alla sanità è stato bocciato. Se c’è una razionalità in questo, allora c’è anche nella bocciatura degli assessori di Silvetti. Lui fin qui si è salvato con la scusa di essere una brava persona alla guida di una squadra incapace. Ma domando, il compito principale di un sindaco non è proprio la scelta dei collaboratori?»
Matteo Belluti
Matteo Belluti si occupa di comunicazione e scrittura creativa per conto di enti, aziende e associazioni.
Veglia su Ancona Rivista a Colori sin dal suo primo vagito.