12/07/2024

L’assenza esponenziale delle madri migranti


C’è un caposaldo ineludibile nella bibliografia di chi ha studiato l’antropologia delle migrazioni. Un punto di riferimento fondamentale, che restituisce con chiarezza inequivocabile quale sia la questione più profonda che si cela dietro al fenomeno migratorio. Si tratta de La Doppia Assenza del sociologo algerino Abdelmalek Sayad. La pubblicazione è ormai datata, il libro uscì in Francia nel 1999, e anche i fatti a cui fa principalmente riferimento, la migrazione dei lavoratori dall’Algeria alla Francia dagli anni ’70 agli anni ’90, sembrano ormai appartenere ad un’epoca trapassata. Eppure, racconta una verità difficilissima da confessare ancora oggi: il migrante è straniero due volte, corpo estraneo nel Paese di arrivo, elemento non più riconosciuto nel Paese di nascita. Specularmente, è assente due volte: da un lato invisibile, emarginato, ignorato; dall’altro, uscito, allontanato, non più parte di un gruppo identitario.

Giorni fa mi sono imbattuta in un interessante articolo di Avvenire, scritto da Antonella Galli, dal titolo Irina e le altre, madri nei campi d’Italia (che i figli non riconoscono più). Il pezzo fa riferimento ad un reportage fotografico e narrativo della giornalista Stefania Prandi. Le madri che vengono raccontate sono donne provenienti dall’Est Europa, che affidano alle cure dei propri familiari figli anche piccolissimi, per venire in Italia a lavorare, nel sogno di garantire loro un futuro migliore. Nella maggior parte dei casi si tratta di madri sole, i cui compagni hanno abbandonato a vario titolo il nucleo familiare. Il dramma riferito da queste donne è duplice: il distacco dai figli, che significa l’impossibilità di viverli nel quotidiano, i rapporti mantenuti soltanto al telefono e soltanto con l’intermediazione di chi li accudisce; il trauma del ritorno in patria e il conseguente rifiuto della loro figura da parte di quei bambini cresciuti da altri. Con la mente sono tornata indietro di dodici anni, a quando mi occupavo di prostituzione e di donne in questa stessa situazione ne ho incontrate moltissime. Alcune più giovani di me, che all’epoca avevo meno di 30 anni e non avevo figli, già con uno o due bambini in Romania o in Ungheria, venute col sogno di emanciparsi e ritrovatesi per strada, a vendersi perché i figli potessero andare a scuola. Del loro terribile segreto, chiaramente, nessuno a casa sapeva nulla.

Anche nel contesto dell’accoglienza dei rifugiati ho conosciuto situazioni simili. Madri che arrivano da sole e presentano come prima richiesta la loro istanza di ricongiungimento familiare, per portare via i figli da situazioni di pericolo e di povertà. A volte, anche per sottrarre le figlie da probabili matrimoni combinati, mutilazioni genitali, rischio di adescamento nelle reti della tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale. 

Vorrebbero agire presto, prima che si logori quel legame che, anche a migliaia di chilometri, le tiene unite ai propri figli. Altre, invece, consapevoli delle difficoltà del viaggio e della vita una volta giunti in Europa, indirizzano tutte le loro energie nella ricerca di un lavoro che permetta loro di mantenere i figli rimasti a casa, a volte in condizioni drammatiche, che a noi sembrano assolutamente impossibili da accettare. A noi operatori, a volte appaiono fredde, impenetrabili, disinteressate a creare legami di fiducia con noi. Forse perché, in fondo, sono consapevoli che non abbiamo la possibilità di immedesimarci nella loro realtà. 

Credo che l’assenza di queste madri non sia solo doppia, come quella descritta da Sayad, ma esponenziale. Incontrare di nuovo dopo anni un figlio che hai partorito e per il quale, a distanza, hai dato tutto quello che potevi, inclusa la dignità, perché avesse di che nutrirsi, potesse studiare e crescere, e doverne sopportare il disconoscimento una volta rientrati in patria, deve essere un dolore insopportabile. Probabilmente, ad ogni latitudine e da qualsiasi luogo di provenienza, solo il pensiero che il proprio sacrificio abbia uno scopo superiore, immenso, come quello di garantire alla prole un panorama di possibilità altrimenti irraggiungibile, può rendere tollerabile tutto questo. 

 

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Foto di Marcin Jozwiak su Unsplash



Elena Starna
Elena Starna

Elena Starna è nata a Senigallia nel 1984, ha studiato, lavorato e procreato a Ravenna. Lì ha iniziato una sfolgorante carriera da operatrice sociale, dalla strada (in senso stretto, con le prostitute) allo Sprar (purtroppo non si chiama più così). Da sette anni è tornata in patria e da sei coordina una porzione del Progetto SAI "Ancona Provincia d'Asilo" sul territorio di Falconara e di Osimo. Ama il calcio e le connessioni improbabili fra mondi diversi, che annullano le distanze tra "noi" e "loro".


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