Quando si parla di disuguaglianze il pensiero corre quasi automaticamente alla distribuzione della ricchezza. È l’immagine più immediata: pochi molto ricchi e tanti che faticano ad arrivare alla fine del mese. Ma, come ricorda Giacomo Gabbuti nel volume Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze, le disuguaglianze contemporanee hanno assunto forme molto più articolate. Sono disuguaglianze di reddito e di patrimonio, ma anche di genere, generazionali, territoriali, educative e nell’accesso ai servizi essenziali. Soprattutto, sono disuguaglianze che tendono ad accumularsi e a rafforzarsi reciprocamente, producendo una crescente vulnerabilità sociale ed economica.
Il libro colloca queste trasformazioni all’interno di un processo più ampio che ha investito tutte le economie avanzate. Richiamando gli studi di Branko Milanovic e il celebre “grafico dell’elefante”, Gabbuti mostra come la globalizzazione abbia redistribuito ricchezza e opportunità su scala mondiale: mentre centinaia di milioni di persone nei paesi emergenti hanno migliorato le proprie condizioni di vita e una ristretta élite globale ha visto crescere enormemente patrimoni e redditi, una parte consistente delle classi medie dei paesi occidentali è rimasta sostanzialmente ferma.
È dentro questo lungo declino relativo dell’Italia che vanno lette anche le trasformazioni economiche e sociali delle Marche.
Da questo punto di vista, il Rapporto 2025 dell’Osservatorio Vulnerabilità Regionale (sui dati del 2024) offre una fotografia preziosa. Non racconta una regione improvvisamente impoverita, ma mostra come le diverse forme della disuguaglianza –lavoro più instabile, salari bassi, divari di genere, invecchiamento demografico e fragilità del sistema produttivo– stiano progressivamente ampliando l’area della vulnerabilità. Non si tratta quindi di due fenomeni distinti: è proprio l’intreccio delle disuguaglianze a rendere più fragile una quota crescente di famiglie marchigiane.
Il primo elemento riguarda il mercato del lavoro. A una lettura superficiale, il quadro potrebbe sembrare incoraggiante: gli occupati continuano ad aumentare e i disoccupati diminuiscono. Ma fermarsi a questi dati significherebbe perdere di vista la trasformazione più importante. Il rapporto evidenzia infatti come la crescita dell’occupazione si accompagni a un deciso peggioramento della sua qualità.
Nel 2024 diminuiscono infatti i lavoratori dipendenti e, soprattutto, calano di cinquemila unità quelli con un contratto a tempo indeterminato. Le nuove assunzioni stabili rappresentano appena il 10,7% del totale, una quota nettamente inferiore alla media nazionale. Parallelamente, il contratto a termine rimane la forma di assunzione più diffusa e le Marche si collocano addirittura al primo posto in Italia per incidenza dei contratti intermittenti, quasi il doppio della media nazionale. Non è un dettaglio tecnico. Significa che il lavoro continua a essere il principale strumento di accesso al reddito, ma sempre meno una garanzia di stabilità. In altre parole, aumenta l’occupazione, ma cresce anche il rischio di essere lavoratori poveri o economicamente vulnerabili. È una dinamica che il libro di Gabbuti individua come uno dei cambiamenti più profondi dell’economia contemporanea: il lavoro non protegge più automaticamente dalla povertà.
A rendere ancora più evidente questa fragilità è un altro dato spesso trascurato. Nel 2024 le ore autorizzate di cassa integrazione nelle Marche sono aumentate del 45%, uno degli incrementi più elevati d’Italia. A soffrire maggiormente sono proprio quei comparti che hanno costruito la storia economica della regione –tessile, moda, calzature e manifattura– messi sotto pressione dalla contrazione della domanda internazionale, dall’aumento dei costi energetici e dalle difficoltà competitive. Non è solo una crisi congiunturale: è il segnale di un modello produttivo chiamato a confrontarsi con trasformazioni profonde.
Le disuguaglianze emergono con forza anche osservando i redditi. È vero che i redditi dichiarati dalle famiglie marchigiane sono cresciuti negli ultimi anni, ma questa dinamica non deve trarre in inganno. Le retribuzioni medie dei lavoratori dipendenti del settore privato rimangono sensibilmente inferiori sia alla media del Centro Italia sia a quella nazionale. Ancora più marcato è il divario di genere: una lavoratrice dipendente percepisce mediamente quasi il 30% in meno rispetto a un uomo e, anche a parità di contratto a tempo pieno e indeterminato, continua a registrare una retribuzione significativamente inferiore.
La questione salariale, dunque, non riguarda soltanto il livello delle retribuzioni, ma anche la qualità dello sviluppo regionale. Se i salari crescono meno del costo della vita e il lavoro stabile arretra, diventa sempre più difficile costruire percorsi di autonomia, investire nella formazione dei figli, acquistare una casa o semplicemente affrontare una spesa imprevista. La vulnerabilità economica nasce proprio qui.

Il Rapporto richiama poi l’attenzione su un’altra grande trasformazione: quella demografica. Le Marche continuano a perdere popolazione e, soprattutto, continuano a invecchiare. Oltre un quarto dei residenti ha ormai più di 65 anni, mentre diminuiscono i giovani e la popolazione in età lavorativa. Crescono le persone sole, in particolare le donne anziane. Non si tratta soltanto di una questione statistica. Una popolazione più anziana richiede maggiori servizi sanitari, assistenziali e domiciliari proprio mentre si restringe la platea di contribuenti chiamati a finanziare il welfare. La vulnerabilità, dunque, non riguarda soltanto le condizioni economiche delle famiglie, ma investe la sostenibilità stessa del modello sociale marchigiano.
In questo quadro, il rapporto dell’Osservatorio restituisce un messaggio importante. Le nuove disuguaglianze non coincidono più soltanto con la povertà estrema. Si manifestano nella precarietà del lavoro, nella stagnazione dei salari, nelle difficoltà delle famiglie monogenitoriali, nelle disparità di genere, nell’invecchiamento della popolazione e nell’indebolimento della capacità del lavoro di offrire sicurezza economica. È una vulnerabilità diffusa, spesso invisibile, che attraversa una parte crescente del ceto medio.
Una lettura che trova significative conferme anche nell’ultimo rapporto della Banca d’Italia sull’economia delle Marche. L’Istituto osserva come la regione continui a presentare livelli di occupazione superiori alla media nazionale e una distribuzione dei consumi leggermente meno diseguale rispetto al resto del Paese. Tuttavia, evidenzia anche che le famiglie marchigiane spendono mediamente circa il 10% in meno rispetto alla media italiana e che, se si considera l’inflazione accumulata nell’ultimo decennio, la ricchezza reale delle famiglie si è ridotta. Un quadro che conferma come la tenuta complessiva dell’economia regionale conviva con un progressivo indebolimento della capacità delle famiglie di accumulare reddito e patrimonio.
È forse questa la lezione più importante che emerge mettendo in dialogo il libro di Gabbuti con il Rapporto dell’Osservatorio. Le disuguaglianze non sono più soltanto una questione di distanza tra ricchi e poveri. Riguardano la crescente esposizione di una parte sempre più ampia della popolazione all’incertezza economica e sociale. Per questo, contrastarle non significa soltanto sostenere chi è già in difficoltà, ma costruire politiche capaci di rafforzare il lavoro stabile, ridurre i divari salariali, sostenere le famiglie, investire nei servizi di welfare e accompagnare la transizione del sistema produttivo marchigiano. Perché la vera sfida non è soltanto ridurre la povertà. È impedire che la vulnerabilità diventi la nuova normalità.
Ruben David
Ruben David lavora presso l’Ufficio legislativo di un gruppo parlamentare, dove si occupa di clima, ambiente ed esteri — i suoi principali ambiti di specializzazione. Su questi temi ha conseguito un dottorato di ricerca all’Università di Trento. Nel corso della sua carriera ha lavorato per think tank, enti e centri di ricerca, tra cui il CMCC e l’ISPI. Ama il mare e sogna, un giorno, di imparare a fare l'orto e andare in barca a vela.