Le regionali viste dall’oblò della sanità: mini-guida a un voto consapevole
Le elezioni regionali di fine settembre nelle Marche sono viste da tanti come una possibile svolta. Se vince il centrosinistra vuol dire che il vento da destra si smorza e che l’effetto trainante del Presidente Meloni non basta, se vince il centrodestra… non ci voglio nemmeno pensare, scusate è più forte di me. Delle regionali parlerò affrontando l’unico tema che conosco bene: la sanità. La sanità del resto oggi è sentita in Italia come il problema più urgente, anche perché, come dice l’antico detto, “quando c’è la salute c’è tutto”. La sanità è anche il settore che pesa di più sul bilancio regionale e quello su cui la Regione ha maggiori margini di autonomia decisionale. Non stupisce quindi che la sanità sia considerata il tema su cui si giocherà il risultato delle prossime elezioni regionali. Ne è anche prova il fatto che una notevole quantità di manifesti elettorali sia dedicato alla sanità.

Sulla sanità lo scontro tra i due candidati forti, il Presidente Francesco Acquaroli di Fratelli d’Italia e Matteo Ricci a capo di una ampia coalizione di centrosinistra, è come sempre a colpi di slogan, con Ricci che come un mantra ripete che ormai tra un po’ si curerà nelle Marche solo chi ha la carta di credito e Acquaroli che ha come suo mantra una sanità che sarebbe più vicina ai territori, che la sua Giunta avrebbe usato come principio guida della sua azione di governo. Ma adesso vediamo di non farci distrarre dagli slogan e cerchiamo di vedere innanzitutto come il centrodestra ha governato e quindi verosimilmente governerà la sanità delle Marche.
La scelta del centrodestra è stata fatta sin dalla campagna elettorale delle regionali del 2020, quella che ruppe l’egemonia storica del centrosinistra nella nostra Regione segnando in qualche modo l’inizio di quella fase che ha portato Giorgia Meloni a diventare Presidente del Consiglio e Fratelli d’Italia a diventare il primo partito a livello nazionale. Non fu un caso infatti che la campagna elettorale del 2022 sia stata iniziata da Giorgia Meloni proprio nelle Marche. Se c’è un aggettivo che definisce la politica sanitaria del centrodestra nelle Marche è “populista”, e cioè a basso contenuto tecnico e ad alto contenuto demagogico con una esplosione di promesse in cui nulla si riduce e tutto si potenzia, a partire dagli ospedali. E qui dobbiamo aprire un discorso su quali sono i problemi e le sfide della sanità attuale della nostra sanità nazionale e regionale.
I problemi li abbiamo tutti sotto gli occhi: liste di attesa lunghe, attese snervanti ai Pronto Soccorso, medici di medicina generale che non si trovano, guardie mediche chiuse, medici e infermieri che preferiscono andare a lavorare nel privato o all’estero… Mi pare possa bastare. Ma quali sono le cause? Anche qui l’elenco è lungo: la sanità è sottofinanziata, gli stipendi sono bassi, il personale non si trova e quello che c’è per quanto si prodighi non ce la fa, i medici di medicina generale sono oberati dalla burocrazia, i servizi territoriali sono fragili e riversano troppi casi sugli ospedali e sui Pronto Soccorso in particolare, gli ospedali non riescono a dimettere i pazienti per lo stesso motivo perché i servizi territoriali non riescono a “riprenderseli” e così via. In una situazione così complessa e ingarbugliata qualunque facile promessa elettorale è destinata a essere smentita brutalmente dalla realtà. E allora? Allora bisogna avere il coraggio delle scelte difficili.
Le scelte difficili partono da qualche considerazione di partenza: la prima riguarda la situazione demografica del nostro paese e della nostra regione. La popolazione anziana è sempre più numerosa e sempre più sola in famiglie sempre più piccole. In questa popolazione prevalgono le malattie croniche, quelle che ti accompagnano per tutta la vita come lo scompenso cardiaco, la broncopneumopatia cronica ostruttiva, il diabete e soprattutto le demenze, una condizione sempre più diffusa difficilissima da affrontare per chi ne soffre e per la sua famiglia. Il carico di bisogni e di sofferenze legate a questa situazione dovrebbe portare ad un grande investimento nei servizi domiciliari e residenziali che sono la risposta giusta a problemi su cui l’ospedale è spesso inutile, sempre costoso e qualche volta dannoso. L’ospedale non è il posto giusto per le persone anziane, che debbono andarci il meno possibile per il minor tempo possibile. Ma se l’ospedale non è il posto giusto, bisogna avere delle alternative nel territorio. Queste alternative in teoria sono previste e partono dalla figura dell’infermiere di famiglia e di comunità e dalle Case della comunità con dentro i medici di famiglia, le figure specialistiche più importanti (il cardiologo ad esempio), gli infermieri, gli assistenti sociali e tutti gli altri professionisti che possono dare una risposta integrata sul territorio ai problemi più comuni. Non è questa la sede per entrare nel dettaglio di queste strutture e di queste figure. Qui conta condividere questa scelta di fondo: i problemi di salute prevalenti oggi legati all’invecchiamento della popolazione richiedono più territorio, il che vuol dire anche più prevenzione e distretti sanitari integrati con gli ambiti sociali, ma anche più attenzione alle fragilità nell’area della salute mentale a tutte le età, delle dipendenze patologiche vecchie e nuove e della disabilità grave.
E l’ospedale? L’ospedale che serve oggi è un ospedale attrezzato per dare una risposta multispecialistica ad alto contenuto tecnologico e questo è possibile solo con un numero ridotto di ospedali che concentrano casistiche, competenze e tecnologie. Di ospedali così nelle Marche ne basterebbero in questa fase una decina, come il centrosinistra cercò di decidere prevedendo la integrazione di coppie di ospedali attaccati tra loro che disperdevano e disperdono molte risorse per fare le stesse cose a distanza di pochi chilometri (Pesaro-Fano, Macerata-Civitanova Marche e Ascoli Piceno-San Benedetto.
In una sanità con meno ospedali e quindi meno Pronto Soccorso la sicurezza ai cittadini andrebbe data con un efficiente ed efficace Sistema dell’Emergenza Territoriale (il 118) con un rete di ambulanze con infermieri specializzati a bordo e una rete più ridotta di automediche con a bordo un medico specializzato. Altra scelta difficile, ma indispensabile come quella di ridurre le guardie mediche e di organizzare punti per la gestione delle urgenze minori che siano distinti dai Pronto Soccorso.
Come si vede mettere mano alle criticità più importanti della nostra sanità è possibile, ma a costo di scelte difficili e magari impopolari, quel tipo di scelte che il centrodestra non farà mai, perché non ha la testa e il cuore per farle. E il centrosinistra? Domanda difficile, perché se Sparta (il centrodestra) piange anzi fa piangere, Atene (il centrosinistra) non ride e non fa ridere. Alle regionali viste dall’oblò della sanità non si può votare il centrodestra, si può votare il centrosinistra su cui però si debbono tenere gli occhi addosso, perché anche lì il populismo degli slogan e delle promesse facili fa la sua presa.
Claudio Maffei
Medico in pensione con una lunga esperienza di Direzione Sanitaria dopo un decennio di lavoro all’Università.
Si occupa tuttora di politica sanitaria su cui pubblica contributi in varie testate nazionali e regionali.
Ama la sua città e vorrebbe contribuire a migliorarla.