Lo studio proposto da Giacomo Liguori in materia di comportamenti elettorali nelle Marche è di sicuro interesse. Fornisce mappe per cogliere i cambiamenti intervenuti nell’elettorato, con criteri di lettura dei verdetti delle urne. Certamente un valido contributo, stimolo ed impulso per affrontare un problema serio: riprendere quel lavoro di analisi del voto, abitudine ormai persa. Eppure compito di primaria importanza per organizzazioni e partiti desiderosi di interpretare il messaggio politico, il senso dell’astensionismo e relativi flussi elettorali. Oggi prevale il vezzo, specie con risultati di segno negativo, di evitare puntualmente ogni genere di valutazione, ogni approfondimento critico. Quasi a voler rimuovere il trauma, chiudendo spazi al doveroso rinnovamento, al fine di ricominciare daccapo, come se nulla fosse. Stesse politiche e medesimi personaggi.
È quanto avvenuto sicuramente nel caso dell’elezione nel Comune capoluogo con la storica affermazione del centrodestra e in Regione ove l’ottimismo di Matteo Ricci -catapultato da Bruxelles dove peraltro ha fatto immediato rientro- è evaporato all’aprirsi delle urne. Passati pochi minuti, si è affacciato alle telecamere per riconoscere mestamente la sconfitta ad opera del candidato avversario. Ma questa è parte della storia che meriterebbe adeguate spiegazioni al fine di favorire chiara comprensione del fenomeno elettorale.
Il voto regionale registra nella prima consultazione il 7 giugno 1970 oltre 906mila votanti pari al 94% degli aventi diritto. Percentuali tanto elevate fino al 12 maggio 1985. Il 23 aprile 1995 si toccano ancora punte assai notevoli: 84,6%. Per iniziare poi una continua e costante discesa: 10 punti in meno il 16 aprile 2000. Mentre vota il 62% nel 2010 e il 50% nel 2025. L’esame di questi dati, in particolare delle prime tornate, produce emozioni forti nel rivedere simboli della prima Repubblica, sintesi efficace del tessuto sociale che teneva insieme una comunità coesa: Democrazia Cristiana, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista, Partito Socialista Unificato, Partito Socialista di Unità Proletaria. Le loro buone affermazioni, in particolare del PCI nel 1975, non consentono però di definire le Marche una Regione tra le roccaforti della cosiddetta “zona rossa”. Per vent’anni si alternano, infatti, presidenti DC e di centrosinistra: Adriano Ciaffi, il socialista Emidio Massi, Rodolfo Giampaoli e ancora Ciaffi. Si deve attendere il 23 aprile 1995 per l’affermazione di Vito D’Ambrosio, presidente per due legislature, sostenuto dalle liste del PDS, Rifondazione comunista, Patto dei democratici, Federazione dei verdi, PRI, Popolari, i Democratici, Socialisti e Comunisti italiani; a cui succede poi Spacca forte della stagione dell’Ulivo. Il resto è storia dei nostri giorni. Una storia scritta, non ancora del tutto compresa. I risultati elettorali rappresentano l’espressione potente del pensiero delle cittadine e dei cittadini, giudizi inappellabili. E rimandano all’appuntamento successivo la verifica di quanto, se, come e in quale misura, la lezione sia stata fatta propria.
Ancora grazie, Giacomo. Sono sicuro che presto avremo nuove occasioni di riprendere la riflessione analizzando dati aggiuntivi, come il numero degli attuali iscritti ai partiti, e prendere in esame il rapporto con i voti ottenuti. All’epoca 1/5, 1/8, indizio di grande vitalità. E addentrarci sulle ragioni della crisi della politica, che genera ancor più smarrimento. E non da oggi. Per contro, potremmo analizzare l’esito del recente Referendum costituzionale. A far capo dall’affluenza, che inverte la tendenza e risale in modo sorprendente. Tornano alle urne i giovani, col rifiuto di un sistema politico generale, estraneo ai diritti dei cittadini. Tornano per difendere la Costituzione. Scendono in piazza, chiedono la Pace a gran voce, urlano di metter fine alle guerre, ai genocidi, con Gaza davanti agli occhi. Intendono dedicarsi alla costruzione di un Paese diverso, in grado di offrir loro occasioni di lavoro stabile, sicuro e dignitoso. Un paese accogliente e solidale. Vediamo se stavolta il messaggio è giunto forte e chiaro. A tutti!
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Foto di copertina di Phil Scroggs su Unsplash
Andrea Raschia
Andrea Raschia si è occupato per lunghi anni di problematiche organizzative e gestionali nelle pubbliche amministrazioni, del Comune di Ancona in particolare. Intende contribuire a contrastare la pericolosa indifferenza e dilagante apatia.