09/01/2026

L’esaltazione dell’ordinario che produce un futuro mediocre


Caro Diario,

dei buoni propositi dell’Amministrazione per il 2026 meglio tacere, se non altro per scaramanzia, vista la fine che han fatto i buoni auspici fatti per il 2025.

Parliamo quindi del presente e di una deriva sempre più frequente nella nostra città, che riguarda il governo della cosa pubblica e il modo in cui viene raccontato. È il progressivo scivolamento verso una dimensione puramente gestionale, priva di visione, di strategia, di un’idea riconoscibile di futuro. Una politica e un sindaco che amministrano l’ordinario e che non provano nemmeno più a immaginare lo straordinario. Una politica e un sindaco che non ambiscono più a gestire il dissenso, ad assumersi responsabilità, a prendere decisioni, che piuttosto rinviano, spostano, accantonano.

Di fronte a questa assenza di coraggio e di ambizione, la soluzione narrativa, l’uovo di Colombo, la mossa del cavallo:  trasformare l’ordinario in straordinario. Con i giornali e i media che si abbeverano alla fontana del finto straordinario per amplificare la mistificazione. E giù titoli a otto colonne a certificare e completare un’opera degna del miglior Arturo Brachetti. Così, ciò che dovrebbe essere normale amministrazione viene raccontato come un evento eccezionale. Interventi semplici, manutenzioni dovute, atti obbligati, progetti di ordinaria gestione vengono ingigantiti, caricati di enfasi, presentati come se fossero svolte epocali. La cronaca amministrativa si trasforma in una narrazione celebrativa, nella quale il semplice funzionamento della macchina pubblica viene scambiato per innovazione.

Questa operazione, però, non è neutra, non è innocua, ha conseguenze politiche profonde. Perché quando l’ordinario viene continuamente presentato come straordinario, il livello complessivo dell’azione pubblica si abbassa. Si perde il senso della proporzione. Si smarrisce la distinzione tra ciò che è dovuto e ciò che è realmente frutto di una scelta politica, di una visione, di una strategia.

Il risultato è una sorta di distorsione percettiva: se l’ordinario è già raccontato come eccezionale, allora qualsiasi obiettivo più alto, più ambizioso, più strutturale viene automaticamente percepito come irrealistico, velleitario, fuori portata. Lo straordinario vero, quello che richiederebbe coraggio, investimento politico, viene subito etichettato come impossibile, perché lo spazio simbolico dello straordinario è già stato occupato dall’ordinario. In questo modo si costruisce una gabbia narrativa che soffoca il dibattito pubblico. Non solo la politica rinuncia a immaginare il futuro, ma è il tessuto stesso della città che smette di porre domande scomode, di misurare le scelte su orizzonti lunghi, di confrontare l’esistente con ciò che potrebbe essere. Tutto viene ricondotto al presente, all’immediato, al piccolo risultato da celebrare.

I media locali sono parte integrante di questo meccanismo. Non lo fanno necessariamente per malafede, ma per adattamento: in assenza di una politica che propone visioni, raccontano ciò che c’è; e per renderlo notiziabile, lo gonfiano. Ma in questo modo non svolgono più una funzione critica, bensì compensativa: colmano il vuoto di visione con l’enfasi narrativa. Il paradosso è evidente. Più si abbassa l’asticella dell’azione politica, più si alza il tono del racconto mediatico. Ma questa sproporzione produce un effetto regressivo: abitua cittadini e amministratori a pensare in piccolo, a considerare eccezionale ciò che dovrebbe essere normale, a rinunciare preventivamente a qualsiasi ambizione trasformativa.

Se si vuole davvero restituire dignità alla politica locale e al dibattito pubblico, occorre rompere questo circolo vizioso. Serve una politica che torni a scegliere, a indicare priorità, a dichiarare obiettivi anche rischiosi dal punto di vista del consenso. E serve una informazione locale capace di distinguere, di ridimensionare l’ordinario, di smettere di celebrarlo come straordinario, per tornare a interrogarsi su ciò che manca, su ciò che non si fa, su ciò che sarebbe necessario fare. Quando il racconto smette di distinguere tra ciò che è politica e ciò che è pura gestione, finisce per rendere impossibile l’immaginazione del futuro.

 

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Foto di Samuel Regan-Asante su Unsplash




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