26/06/2026

Letto sui giornali: guerra al Kebab!


“Ma cosa vogliono saperne loro, di cos’è la felicità, che non mettono la cipolla nel kebab…” nei giorni della doppia data del concerto di Vasco Rossi al Del Conero, potrebbero essere invece i versi dei Pinguini Tattici Nucleari la colonna sonora di questa settimana mediatica, dominata -al netto dello show del Kom- dalla notizia della proposta di legge approvata dalla Giunta, lunedì 22 giugno, in attesa del vaglio dell’emiciclo regionale. Disegno di legge sulla «valorizzazione e la riqualificazione dei centri storici, dei luoghi del commercio di particolare interesse e delle attività economiche che concorrono alla salvaguardia delle caratteristiche storico-culturali dei luoghi». Ad aprire e seguire il caso, dopo la votazione all’unanimità dall’esecutivo di Acquaroli, è il Corriere Adriatico che, martedì 23 giugno, apre la prima con «Basta locali etnici in centro. Acquaroli e il giro di vite sul food: sostegno all’apertura di attività identitarie. Limitazioni a kebab e affini nella proposta di legge presentata ieri in giunta». In estrema sintesi l’ipotesi di normativa regionale consentirà ai Comuni di muoversi per incentivare l’insediamento di attività enogastronomiche che definiscono l’identità culinaria italiana (forte anche del riconoscimento dell’Unesco) e marchigiana per rivitalizzare borghi e centri storici e, d’altro lato, «limitare l’insediamento di determinate attività commerciali», nel rispetto della concorrenza «d’intesa con le associazioni degli operatori e senza discriminazioni tra essi». Così recita l’articolo 5 della proposta di legge. Parole misurate e linguaggio istituzionale, utilizzato anche dal presidente della Regione, ispiratore, per il quotidiano di via Berti, della legge. Nelle dichiarazioni riportate dalla stessa testata si limita a dire: «Non vogliamo soltanto recuperare gli edifici e i monumenti ma anche restituire ai nostri centri storici la loro identità […]. Visitatori italiani e stranieri cercano autenticità, tradizioni e legami con il territorio». Il riferimento al contrasto all’apertura di ristoranti etnici non è esplicito, ma complici la costruzione mediatica (compresa quella nazionale) ed il dibattito politico che ne è seguito, quella approvata lunedì scorso, è soprattutto la «legge anti-kebabari».

Così è accolta e commentata sia dai consiglieri regionali di maggioranza sia da quelli di opposizione, intercettati dal Corriere per il pezzo di mercoledì 24 giugno: a favore i primi e contro i secondi; lo stesso si dica per i sindaci (giovedì 25), con quelli di Centrodestra, Daniele Silvetti in testa, che esultano, e quelli di Centrosinistra critici; così anche Confcommercio, la prima associazione di categoria ad esprimersi sulla notizia: «Attesa da anni rischiavamo di perdere l’anima dei borghi», titola la testata più antica delle Marche con un virgolettato del direttore di Confcommercio, Massimiliano Polacco. Posto che è tutto da vedere quali misure i Comuni riusciranno a mettere in atto, e non a costo zero (il testo parla di sgravi fiscali ed agevolazioni tributarie) per agevolare questi insediamenti e secondo quali criteri, siamo certi che la desertificazione o l’abbandono di borghi, centri e centri storici, sia dovuta alla presenza di ristoranti o proposte culinarie etniche? O incide forse di più la mancanza di una politica in grado di agire sugli affitti, sostenibili per lo più solo dalle grandi catene? E ancora: meglio in ogni caso un locale sfitto o un luogo aperto che serva kebab o sushi o cous cous? E che dire dell’associazione decoro-italianità che ha riempito come un tormentone le pagine dei giornali? Siamo sicuri che la pizza filante o il panino esposto in vetrina lungo corso Garibaldi o addentato lungo i portici di piazza Cavour siano una scelta di stile migliore dello spiedo che gira o del cartoccio di falafel? In quest’ottica, forse sarebbero anche da rivedere le tanto decantate iniziative di street food (certo non fisse sui territori) che portano braci con fumate e odori annessi per il corso principale della città.

A condire quella che sembra l’ennesima propaganda in salsa identitaria, qualche insinuazione sull’igiene di certe attività. Dopo aver intervistato i titolari di kebab, che rivendicano il loro diritto a tenere aperto il proprio negozio, anche in virtù delle tasse pagate, il Corriere Adriatico, giovedì 25 giugno, nella stessa pagina, pubblica un trafiletto dal titolo: «Scarsa sicurezza, igiene precaria e anche un clandestino nascosto», per dare la notizia di un controllo in un locale etnico in zona stazione, e rafforzare così l’idea che certe irregolarità si riscontrino principalmente in queste realtà. In ogni caso, rimanendo in cucina, pare l’ennesimo piatto da tutto fumo e niente arrosto. Il testo di legge non parla di possibilità di “cacciare i kebabari” già presenti sul territorio -come fatto presente anche da un video social della capogruppo Pd in Consiglio regionale, Valeria Mancinelli– ma non sono definiti neanche gli strumenti (non impugnabili) che i Comuni potranno usare per bloccare nuovi insediamenti di ristoranti etnici a favore di quelli ad italianità certificata.

Di contro, pare già ben diffusa la pratica di consentire l’applicazione di modalità privatistiche da parte di italiani a luoghi pubblici, senza che questo desti il minimo controllo. In un post del consigliere comunale dem, Andrea Vecchi, compare la foto di un cartello esposto al PosaPark che recita: “All’interno del parco è vietato introdurre e consumare cibi e bevande dall’esterno”. Il cartello, almeno fino a giovedì 25 giugno, era affisso su uno dei container riqualificati su cui è dislocato il servizio del PosaPark, il soggetto che si è aggiudicato la concessione per la ristorazione e l’intrattenimento del parco Belvedere di Posatora, che resta un parco pubblico. Il container in questione, con relativi tavolini e sedie, ha inglobato due dei tre tavoli da pic nic in legno (e rispettive panche) fissi presenti nell’area dei giochi danesi. Ci si augura che il divieto di consumazioni esterne (che pure solleva qualche dubbio di legittimità) sia relativo a questi soli due tavoli in legno, e che non sia da intendersi in maniera estensiva all’intero parco. Come si spera che la cittadinanza sia ancora libera di frequentare quei luoghi, insieme ai bambini, potendo anche portare la merenda da casa. Considerare di proprietà luoghi pubblici in concessione, travalicando confini e regole, sta prendendo troppo la mano in città (e non solo nei parchi), e non vorremmo risultassero profetiche le parole dell’ex assessore Paolo Marasca che, in merito alla riqualificazione del Magazzino Tabacchi alla Mole ed all’incertezza della sua destinazione da parte dell’Amministrazione, in un post del 18 giugno scorso scriveva: «A meno che, ovviamente, non ci si faccia una cantina, o un annesso dell’attuale bar…più che possibile oggigiorno».

Foto di copertina di Kishor su Unsplash



Agnese Carnevali
Agnese Carnevali

Giornalista professionista, è stata cronista per vent’anni per le redazioni dei quotidiani locali, Corriere Adriatico prima ed Il Messaggero poi, per approdare infine all’online fondando la testata Cronache Ancona. Negli anni ha lavorato per uffici stampa pubblici e privati di vari settori, dalla cultura allo sport alla politica, anche come freelance. Da qualche anno è insegnante precaria nella scuola superiore, ma non ha mai abbandonato gli strumenti del mestiere: scarpe buone ed un taccuino di appunti.


Ti è piaciuto questo articolo?  Leggi anche gli altri.

Ancona ri | vista a colori
Ideata e fondata da Carlo Maria Pesaresi

Privacy Policy

© 2024 – È consentita la riproduzione e la libera diffusione di testi e immagini, citando la fonte

Privacy Preference Center