Lo sciopero degli immigrati
Caro diario,
Sofiane Boutraa, 55 anni, tunisino, è deceduto.
Kabir Mohidul, 27 anni, bengalese, è in prognosi riservata all’ospedale di Pisa. È gravissimo con ustioni di 2° e 3° grado sull’80% del corpo.
Operai di una ditta appaltatrice, la sera del 29 settembre lavoravano tra le lamiere di una scatola angusta, dentro uno dei blocchi della nave in costruzione alla Fincantieri di Ancona, quello che in cantiere chiamano “quinta marcia”, dove prendono forma la carena, il doppio fondo e la parte bassa della chiglia. Nella grande area della Fincantieri, il blocco quinta marcia sta proprio lì, al centro, sotto il Duomo. Il fuoco li ha arsi vivi, dentro quella che, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stata una bolla di gas innescata durante le operazioni di taglio con il cannello.
Sofiane e Kabir.
Due lavoratori immigrati, come lo sono moltissimi di quelli che ogni giorno entrano nei cantieri navali di Ancona. Secondo una stima recente, nella cantieristica anconetana, indotto compreso, circa il 70 per cento della forza lavoro è di origine straniera. Soprattutto bengalesi, ma anche rumeni, nordafricani. I sindacati hanno proclamato otto ore di sciopero per ogni turno, coinvolgendo anche i lavoratori delle ditte di appalto. L’adesione è stata totale.
Ma c’è un altro sciopero al quale penso.
Uno sciopero che mi piacerebbe, un giorno non lontano, vedere davvero. Vorrei che insieme agli immigrati della Fincantieri si fermassero quelli che lavorano nei cantieri edili, nelle case come colf e badanti, nell’assistenza agli anziani, nelle pulizie, nelle stalle e nei campi. I braccianti e i manovali. I magazzinieri e i facchini. I camerieri, i cuochi, gli addetti agli alberghi e alla ristorazione. I lavoratori della logistica, i corrieri e i rider. Gli operai delle fonderie, del tessile, delle concerie. Quelli che raccolgono pomodori, angurie, tabacco, mele e olive. Quelli che ad agosto, sotto il sole, stendono il bitume sulle nostre strade.
Fermatevi. Tutti insieme. Tutti alla stessa ora.
E rendete improvvisamente visibile tutto ciò che ogni giorno rimane invisibile. Fate vedere cosa accadrebbe a questo Paese senza di voi. Fermatevi e fate capire a quelli che parlano di remigrazione che senza di voi l’Italia muore. Che dietro alle parole non ci sono numeri astratti o categorie da usare nella propaganda. Ci sono persone. E ci sono pezzi interi della nostra economia e della nostra vita quotidiana che esistono grazie agli immigrati. Molti fanno i lavori più duri, quelli che sempre meno italiani sono disposti a fare. Spesso sono i lavori meno pagati, più precari, più esposti allo sfruttamento. E quelli nei quali si muore.
Per un giorno soltanto fateci vedere una città senza di voi. Un porto senza di voi. Le fabbriche senza di voi. Le campagne senza di voi. Le case, gli ospedali, gli alberghi, i ristoranti, i magazzini senza di voi.
Fermatevi tutti, anche solo per un giorno.
Fatelo per Sofiane. Fatelo per Kabir. Fatelo per tutti voi.
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Foto di copertina Ronan Furuta su Unsplash