Memoria di un mondo che insegna il rispetto e la dignità
Lo dico con profonda preoccupazione, con tante testimonianze nelle mani e nelle orecchie, una volta di più, dopo l’uccisione del giovane a Milano vicino al Parco dello spaccio di Rogoredo.
Sono di fronte alla piccola e grande delinquenza, legato a molte persone, specialmente donne, sorelle, madri, di detenuti o di ragazzi uccisi in carcere o dalla polizia. Lavoro con loro, non sarei capace dopo tanti anni di condivisione con il mondo del carcere, tutto intendo, in ogni ordine di presenza fra quelle quattro mura, di smettere. Anzi sto cercando di intensificare. Sento la loro tensione che alle volte le porta alla presunzione d’innocenza, perché conoscono l’abbrutimento, l’inutilità che si soffre in quei luoghi, e perché con gli anni sta aumentando, e cresce la cecità colpevole e voluta di chi governa. Alle volte abbiamo festeggiato assieme l’allentamento di tensione per alcuni detenuti, la domiciliazione della pena di fronte a condizione di salute, di non cure.
Ma loro, noi, viviamo in un mondo nel quale si può morire per un colpo di pistola alla testa da venti metri, senza essere innocenti, ma anche senza meritare una esecuzione sommaria. Viviamo di fronte a ragazzi investiti a morte, il cui primo soccorso è stato il furto dei soldi che avevano in tasca. Viviamo in mezzo a ingiustizie che non riusciamo a distinguere facilmente fra quelle orchestrate dai governi, dalle multinazionali, e quelle eseguite da chi spesso non ha avuto scelta fra delinquere e morire di fame. Chi delinque organizza le alienazioni, lo spaccio, le truffe, perché l’esempio dato dalla differenza fra cooperare, operare pro, e esistere e sopravvivere, non viene più dato. Ci sono stati dei valori che i comunisti e i democristiani, pure in lizza fra di loro, cercavano di impartire. Poi si è sgranato tutto, è passato in disuso per mano di chi voleva approfittarne, dare vita a un nuovo ordine mondiale fondato solo sulle supremazie.
Invece lo ripeto: si devono insegnare ai ragazzi (e ai non ragazzi) il rispetto e l’onestà, dimostrando che una battaglia mai iniziata è già persa in partenza. Non servono corpi speciali, servono scuole, e sanzioni non materiali né economiche, ma di esempio. Le femministe sostengono giustamente che è necessario sanzionare comportamenti sessisti e lavorare per il rispetto perché col rispetto, senza la sopraffazione, ci guadagneremmo alla fine tutti. La stessa sanzione vada a chi mette l’insegnante in condizione di non insegnare, che costui sia dirigente scolastico, dirigente regionale e ministro della pubblica istruzione. E così nel mondo del lavoro. Non sarà una passeggiata, ma se non la inizieremo mai, dal basso per cambiare l’alto, finiremo sempre meno solidali e sempre più capaci solo delle vendette incrociate.
I gruppi di auto aiuto ai quali partecipo, le associazioni di volontariato, e sono tante, diventeranno prima o poi dei gusci vuoti, dai quali si fugge per farsi giustizia da soli.
Anche questo è confrontarsi con la memoria.
Marcello Pesarini
Scrittore, amante dell'impegno politico, di origini nomadi nel centro nord e cuore seppellito a Genova.