Né succubi né inutili. Come si ricostruisce la sinistra? Intervista a Francesco Rubini
Oltre il minoritarismo e la subalternità: è ancora possibile uscire dalla dicotomia classica del “mai con il Pd” e del “comunque con il Pd”? Se lo è chiesto su Facebook Francesco Rubini, capogruppo in consiglio comunale di Altra Idea di Città che lo aveva candidato a sindaco, una lunga storia di militanza politica nei partiti della sinistra cosiddetta radicale. A metà tra la disamina dei risultati delle ultime Regionali e la chiamata all’azione in vista delle amministrative del 2028, Rubini si chiede se esiste una via alternativa valida e praticabile ai sentieri che la sinistra ha già conosciuto e sperimentato, da una parte essere succube del Pd ed essere condannata a non incidere, dall’altra essere pura e indipendente, ma fatalmente destinata alla testimonianza. «Da una parte -spiega Rubini- c’è la sinistra del 2 per cento, dall’altra c’è quella che si allea a prescindere dal profilo della coalizione, dai programmi, dai candidati, come per esempio è accaduto in Campania, che non sfonda e quindi risulta poi incapace di incidere nell’agenda di governo».
La domanda è storica: esiste una terza via?
«Secondo me sì. È fatta di una sinistra che intanto si aggrega e poi decide in relazione ai contesti se e come allearsi, che stabilisce prima cosa vuole fare, poi con chi. Invece a sinistra si pensa sempre intanto al quadro delle alleanze e poi si fanno i programmi, una strategia che mi sembra piuttosto fallimentare anche alla luce dei risultati».
Cioè partire dai contenuti.
«Contenuti e profilo politico, sì, perché il governo non è un fine, ma un mezzo per cambiare in meglio le cose. Accontentarsi di gestire l’esistente non può essere la prospettiva di una sinistra progressista».
Nel post chiami in causa i giovani, i movimenti di piazza che abbiamo visto in autunno e che ci hanno riempito di gioia e speranza, pare però che questi giovani non hanno nessun interesse per i progetti politici a lungo termine. Bene la lotta sui temi contingenti, specie se internazionali, come Gaza o il climate change, ma scarso interesse per la politica interna, ancor meno per le faccende locali.
«Questo è un altro grande tema che intreccia due enormi questioni. La prima riguarda i rapporti tra la politica e i partiti. La seconda ha a che fare con la capacità di comprendere che non esiste una militanza solo internazionale o solo locale, perché la politica intreccia tutte le sfere. Resto convinto della necessità di costruire spazi politici che arrivino alla rappresentanza dentro le istituzioni e che svolgano una funzione di megafono per i movimenti. Perciò mi auguro che molti o anche solo alcuni di questi ragazzi e ragazze che si sono mobilitati nelle scorse settimane comprendano che lavorare su più terreni fuori e dentro le istituzioni sia l’unico modo per cambiare la realtà».
Insomma avviare un nuovo percorso. Come? Quando?
«Come? Accantonando le sigle, organizzando ad esempio degli incontri in cui si arriva spogliati dalle casacche. Sia chiaro, la mia è una storia di militanza nei partiti, non ho nessuna preclusione, continuo a considerarli strumenti di democrazia importantissimi, seppure oggi purtroppo in moltissimi casi ridotti a comitati d’affari. La sfida però è riuscire a costruire degli spazi di discussione attorno a riferimenti culturali e politici comuni. Quando? Al più presto».
Nella puntata live di Paccasasso Podcast alla Festa a Colori abbiamo visto un gruppo di consiglieri comunali di minoranza coeso e collaborativo. Credi che questa formula possa avere un futuro politico anche oltre la consiliatura?
«Su questo sono sempre stato chiaro e credo sia emerso anche alla festa della rivista. Su alcuni temi c’è profonda distanza tra me e il Partito Democratico, bisogna capire se riteniamo che quei temi siano determinanti per l’idea di città che abbiamo. Se penso al crocierismo del Molo Clementino, o ad alcune importanti scelte di viabilità come la stazione Marittima, o alla gestione di alcuni servizi pubblici strategici, io credo di sì: sono questioni importanti su cui bisogna essere d’accordo. Poi tutti sappiamo che in politica la mediazione è necessaria, ma un conto è la mediazione e un conto è rinunciare a qualsiasi prospettiva di cambiamento per il solo fine di vincere le elezioni».
Ci piaccia oppure no, abbiamo visto anche alle ultime Regionali quanto i nomi dei candidati siano in molti casi diventati più pesanti delle sigle, delle bandiere, anche dei programmi, pensiamo all’affermazione di Mancinelli, Nobili, Calcinaro… la lista è lunga.
«Penso che i candidati contino in relazione al profilo che vuoi darti e che un nome funzioni se è coerente con la proposta che stai facendo. Se la prospettiva è discontinuità, cambiamento e coraggio serviranno nomi che rappresentano queste tre parole».
Non pensi dunque che l’onere e l’onore della scelta del candidato spetti a chi ha i numeri più grandi?
«Imporre dall’alto un nome, un’alleanza, un programma da accettare a scatola chiusa? Film già visto che personalmente non mi interessa. Anche perché, diciamocelo, con questa strategia ci siamo già schiantati due anni e mezzo fa, non mi sembrerebbe granché intelligente riproporla».
Matteo Belluti
Matteo Belluti si occupa di comunicazione e scrittura creativa per conto di enti, aziende e associazioni.
Veglia su Ancona Rivista a Colori sin dal suo primo vagito.