11/10/2024

Non c’è problema che la natura non abbia già risolto. Intervista al prof. Carlo Cerrano


Leggendo le prime due puntate del nostro approfondimento su ecodesign e biomimetica sembra chiaro che ci troviamo di fronte a strumenti potenti per affrontare le sfide ambientali del futuro. A margine del corso di perfezionamento “Eco Design. Modelli e strategie progettuali ispirati alla natura per l’innovazione sostenibile”, organizzato dal DiSVA-UnivPM ho avuto modo di dialogare con 3 figure chiave coinvolte nel corso. Dopo l’intervista a Valentina Rognoli, professoressa associata al Dipartimento di Design del Politecnico di Milano (che potete recuperare qui) e Carla Langella, professoressa associata di Disegno Industriale alla Federico II di Napoli (che trovate a questo link) concludiamo il ciclo con Carlo Cerrano*, professore ordinario di Zoologia al DiSVA e promotore dell’evento.

Com’è nata l’idea e l’esigenza di organizzare questo corso?
«La maggior parte dei miei progetti nasce dall’esigenza di realizzare azioni concrete verso il cambiamento. La scienza da decenni indica la strada da seguire, tutti la conoscono ma solo pochi la imboccano. Da anni sappiamo che il principale problema del nostro Pianeta è la perdita di biodiversità a causa delle azioni dell’uomo, oggi accelerata a dismisura in seguito alla crisi climatica. Perdere biodiversità significa compromettere la salubrità degli ambienti dove viviamo e non solo, con effetti drammatici sull’ acqua che beviamo, sull’aria che respiriamo e sui cibi che mangiamo. La nostra salute dipende dal funzionamento degli ecosistemi, basati su interazioni tra ingranaggi complessi ma molto resilienti. Poiché non possiamo proteggere ciò che non conosciamo oggi è prioritario lo studio della biodiversità ed estremamente urgente la sua tutela e ripristino».

E la natura spesso offre soluzioni.
«L’osservazione delle specie e degli ambienti che ci circondano da sempre ispira l’uomo nella soluzione di problemi che la natura ha risolto in milioni di anni di evoluzione e selezione. Il graduale allontanamento dell’uomo dalla natura, avvenuto in seguito allo sviluppo tecnologico, ha limitato la nostra capacità di trarre ispirazione dalla natura, portandoci spesso verso soluzioni tecnologiche non ecocompatibili, insostenibili. Gli studiosi di biodiversità, i tassonomi, oggi non hanno risorse né per la formazione né per il lavoro. Ritengo che l’ecodesign e la biomimesi siano due approcci che trarrebbero grande beneficio dalla collaborazione con i tassonomi».

Ecodesign e biomimetica sono oggi la chiave verso un futuro caratterizzato da un’economia circolare e consapevole.
«E soprattutto rigenerativa, in cui lo scarto non deve più essere riciclato perché scompare, come in natura, dove non si producono rifiuti permanenti. Questo è il contesto alla base dell’idea di unire competenze diverse per creare un corso che mettesse per la prima volta insieme conoscenze di ecologia e biologia di base con quelle su materiali riciclabili e su soluzioni biomimetiche. In molti paesi da anni si aprono laboratori specializzati in questo tipo di studi ma biologi e naturalisti spesso non rientrano nel progetto. Si sviluppano progetti biomimetici senza esperti di biodiversità, riducendo notevolmente le opportunità di innovazione. Dobbiamo fare in modo che questi percorsi includano tutti i profili culturali necessari per creare una vera innovazione tecnologica, sostenibile, soprattutto dal punto di vista socioeconomico. Allora ecco che biologi, architetti, filosofi, sociologi, economisti, ingegneri, medici, … tutti devono pensare ad un futuro dove l’ispirazione alla natura possa indicare la strada giusta da seguire».

Il coleottero del deserto della Namibia, Stenocara gracilipes, riesce a raccogliere acqua dalla nebbia, ispirando tecnologie per l’approvvigionamento idrico in zone aride. I ricercatori studiano la superficie di questo animale per comprendere i meccanismi fisici che potrebbero portare a dispositivi di raccolta dell’acqua più efficienti, utili in aree con scarsità idrica. Immagine presa da science.org

Quali possono essere i vantaggi di un approccio orientato verso l’ecodesign e la biomimesi per una città come Ancona?
«Le Nazioni Unite hanno elencato le priorità per la sostenibilità, l’eco-design e la biomimetica sono il linguaggio che dovremmo usare per raggiungere i 17 obiettivi previsti.
Ancona, in particolare, ha delle potenzialità uniche che sono definite paradossalmente dai suoi limiti. Non è una grande città, è una città di mare, con una forte tradizione marinara, sia riguardo la pesca sia riguardo lo sviluppo industriale, ha una vocazione turistica ancora poco espressa, è una città universitaria con poca consapevolezza di esserlo, ospita parchi urbani e valenze storico-culturali decisamente poco valorizzati, la comunità è sempre più multietnica ma l’integrazione avviene con difficoltà rallentando la valorizzazione delle diversità. Ognuno di questi punti rende evidente come Ancona, grazie alle sue dimensioni ancora a misura d’uomo, possa rappresentare un laboratorio-modello, dove ogni sfida richiede approcci nuovi per essere affrontata con soluzioni concrete ed efficaci. Non c’è problema che la natura non abbia già risolto. Penso che l’eco-design e la biomimetica siano gli approcci da prendere in considerazione per ridisegnare un sistema urbano in grado di garantire un progresso che preveda un rapporto tra società e natura in armonia, utile a garantire benessere e salute a tutti i cittadini».

Unendo le conoscenze scientifiche con quelle progettuali, possiamo trarre ispirazione dalla natura per creare soluzioni innovative e sostenibili. Come afferma il Professor Cerrano «Non c’è problema che la natura non abbia già risolto». Questo approccio ci invita a ripensare non solo i nostri metodi di produzione e consumo, ma anche il nostro rapporto con l’ambiente, costruendo un futuro in cui l’uomo e la natura possano coesistere in equilibrio, anzi in simbiosi. Iniziamo ad immaginare l’Ancona che vorremmo. Io la immagino un po’ così.

 

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*Carlo Cerrano è Professore Ordinario di Zoologia presso il Dipartimento di Scienze della Vita e dell’ambiente dell’Università Politecnica delle Marche. Biologo marino, studiando la fauna bentonica, che vive cioè a contatto con i fondali, ha condotto numerose spedizioni scientifiche subacquee non solo in Mediterraneo ma anche in ambienti polari e tropicali. Il suo laboratorio ospita numerosi giovani ricercatori impegnati non solo nella ricerca di base ma anche in azioni concrete di conservazione, ripristino di habitat degradati e divulgazione scientifica. Nel corso della sua carriera ha realizzato due spin-off universitari, ha registrato tre brevetti e ha fondato tre associazioni no-profit.



Agnese Riccardi
Agnese Riccardi

Agnese è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche, specializzata in scienze sociali marine. Si occupa di progetti di conservazione e ripristino degli ambienti marini con una forte componente di coinvolgimento degli stakeholder.


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