24/01/2025

Ogni società ha il carcere che si merita. Intervista a Samuele Animali di Antigone


Una società dovrebbe imparare a specchiarsi nel suo sistema carcerario anziché ammantarlo con un velo per non dover fare i conti con il modo in cui tratta gli “ultimi della classe”. Di carcere si torna a parlare sui giornali ogni volta che un fatto di cronaca lo richiede. Qualche settimana fa abbiamo letto la storia delle 3 guardie carcerarie rimaste ferite in altrettanti incidenti causati dai detenuti a Montacuto. E inevitabilmente si riapre la questione del sovraffollamento (a Montacuto ci sono 345 detenuti per 256 posti regolamentari) e della carenza di personale (mancano all’appello almeno 70 poliziotti). Samuele Animali, attuale assessore ai Servizi Sociali del Comune di Jesi, già presidente di Antigone Marche e membro del direttivo nazionale, e ancor prima Garante regionale dei diritti dei detenuti, non vuole sentir parlare di “emergenza”: «Emergenza è una condizione nuova e improvvisa che richiede attenzione e intervento immediato. Io mi occupo di carceri da quasi 20 anni e la situazione è sempre stata più o meno questa. Evidentemente a chi governa le cose vanno bene così, o quantomeno non consideriamo i diritti dei carcerati una priorità».

Eppure il carcere continua ad essere invocato da più parti come la soluzione a tanti problemi.
«Rinchiudere in carcere una persona dovrebbe essere l’extrema ratio, quando tutte le altre misure meno afflittive non sono sufficienti. È innegabile che sia in corso un tentativo di egemonia culturale, di destra, per cui il carcere diventa invece il rimedio principe, se non l’unico, per risolvere i problemi di criminalità e devianza. Se guardiamo a provvedimenti di questo governo come il Ddl Sicurezza e il Decreto Caivano non possiamo non accorgerci».

È difficile far passare l’idea che il carcere non è l’unico strumento per l’esecuzione di una pena.
«Eppure già oggi, in Italia, ci sono circa 61mila detenuti e poi ce ne sono altrettanti che scontano una pena con un sistema alternativo, ad esempio affidamento in prova, detenzione domiciliare, messa alla prova. Se ci fosse la volontà politica, sarebbe possibile fare a meno del carcere in tantissimi casi».

Il carcere è un’istituzione classista?
«Se non intenzionalmente, certamente nei fatti lo è, perché in carcere finisce soprattutto chi non ha alternative, chi non ha un domicilio fisso, chi non tutele legali adeguate. Se la popolazione carceraria è per un terzo straniera, quando la percentuale di stranieri in Italia è circa del 10%, non è perché gli stranieri sono brutti e cattivi, ma perché gli stranieri hanno meno reti sociali ed economiche a cui aggrapparsi per evitare la detenzione. Quando poi accade che il carcere diventa la risposta non solo al comportamento criminale, ma più in generale alle devianze, alle patologie psichiatriche, ai tossicodipendenti, a tutte le persone che “danno fastidio”, ivi compresi i senza dimora, allora il carcere diventa quel che diceva Focault, uno strumento di controllo delle classi povere».

La direttrice di Montacuto Manuela Ceresani ha spiegato al Resto del Carlino che “i detenuti oggi hanno maggiore difficoltà di adattamento alla vita penitenziaria rispetto al passato. Sono socialmente più aggressivi già fuori dal carcere, c’è una minore accettazione dell’adattamento alla vita penitenziaria, prima erano più rassegnati oggi invece reagiscono. Fanno continue richieste di terapie se quelle indicate non li soddisfa». Va a finire che è colpa dei detenuti?
«La direttrice ha l’esperienza necessaria a valutare il comportamento dei detenuti, io però mi concentrerei sui motivi. La mia ipotesi è che sia cambiato il modo di percepire e combattere la devianza. Se l’enfasi in passato era sulla funzione rieducativa del carcere e sul reinserimento dei detenuti, oggi prevale l’aspetto punitivo. E se ai detenuti togli la speranza di un futuro, la prospettiva di una riabilitazione sociale, più difficilmente otterrai un atteggiamento collaborativo. Vanno letti così anche i numeri sempre in crescita di suicidi e tossicodipendenti. Tanti cominciano a drogarsi dentro il carcere perché, potrà stupire, ma di droga ne circola davvero tanta, e nell’inerzia delle giornate, nella mancanza di orizzonti plausibili, è davvero facile cascarci».

Arriveremo mai all’abolizione del carcere?
«Il carcere non è sempre esistito e non è detto che debba esistere per sempre. Ma il carcere nasce come un’evoluzione illuminista della pena, perché i sistemi che c’erano prima erano ben peggiori. Oggi pensare che si possa superare il carcere definitivamente è forse utopistico, ma che si possa quantomeno frenarne l’abuso, questo sì, è possibile e auspicabile».

Il Papa, unico ormai a dire cose di sinistra, è tornato anche di recente a pronunciare la parola “amnistia” nell’anno del Giubileo. Una parola che raramente esce dalle bocche dei politici…
«Amnistia è perdono, ci sta che il Papa la invochi. A volte si pensa all’amnistia come a una forma di debolezza dello Stato che non riesce a farsi rispettare. In realtà è l’esatto contrario perché solo uno Stato forte saprebbe reggere un’amnistia. Il problema però è capire quale sia la volontà politica effettiva. Se si avverte il bisogno di resettare un sistema malato, allora l’amnistia è lo strumento giusto. Se invece si pensa che il problema sia solo quello di contenere persone altrimenti incontenibili, allora il carcere fa più che bene il suo mestiere».

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L’Associazione Antigone nasce in Italia alla fine degli anni ottanta per la difesa dei diritti nel sistema penale. La diramazione marchigiana, oggi presieduta da Giulia Torbidoni, conta sua una cinquantina di iscritti e opera su tre diversi binari: la promozione e la sensibilizzazione tramite incontri pubblici e nelle scuole, e attraverso la pubblicazione di un rapporto annuo sullo stato delle carceri; attività di sportello nelle carceri di Ancona, Pesaro e Fermo per assistenza ai detenuti; un osservatorio sulle condizioni della detenzione con operatori qualificati che entrano nelle strutture per verificare le condizioni sanitarie, igieniche, alimentari, etc.



Matteo Belluti

Matteo Belluti si occupa di comunicazione e scrittura creativa per conto di enti, aziende e associazioni.
Veglia su Ancona Rivista a Colori sin dal suo primo vagito.


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