Orientarsi nell’ora più buia dell’America. Ospitiamo in Ancona il prof. Mario Del Pero
La presentazione del libro di Mario Del Pero, “Buio Americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump” (Le edizioni del Mulino, 2025) inizialmente prevista alla Libreria Fogola, si sposta per motivi logistici all’Auditorium del Museo Archeologico delle Marche, in via Gabriele Ferretti, e anticipa l’inizio di mezzora: ore 17. Alla presenza dell’autore, l’incontro sarà un’occasione per discutere le più recenti trasformazioni degli Stati Uniti in una prospettiva storica, approfondendo la crisi della democrazia americana e dell’idea stessa di Occidente, l’evoluzione delle relazioni transatlantiche e la ridefinizione dell’ordine mondiale, senza trascurare le dinamiche della politica interna. A dialogare con lui in rappresentanza di Ancona a Colori sarà Ruben David, che qui di seguito introduce il libro di Del Pero e l’incontro di domenica prossima.

Molti analisti, nell’indagare le cause profonde del trumpismo, si sono interrogati se l’elezione di Donald Trump rappresenti una discontinuità storica —ossia un’eccezione imprevedibile— oppure se debba essere letta all’interno di una più ampia traiettoria di continuità della politica statunitense. Mario Del Pero sembra propendere per questa seconda interpretazione, rintracciando le origini di Trump e del trumpismo in una doppia crisi recente ma dalle radici lontane: quella della democrazia statunitense e quella del processo di globalizzazione, esplosa in maniera violenta tra il 2007 e il 2009 con la crisi economico-finanziaria. In modo agile e persuasivo, Del Pero sostiene nel suo libro, che presenteremo domenica 25 gennaio alla libreria Fogola, questa tesi, facendo ricorso a dati empirici e a una catena di argomentazioni ben strutturate.
Al di là del dibattito sulle cause profonde e sulla continuità storica del trumpismo, resta tuttavia il fatto che l’elezione a 45° presidente nel 2016 e la sua rielezione come 47° nel 2024 fanno di Trump un presidente “trasformativo” per le modalità e i contenuti che esprime nell’esercizio del suo ruolo. Ciò che resta da capire è se anche in questo caso sia applicabile la celebre formula con cui il conte Joseph de Maistre agli inizi dell’‘800 descrisse la Rivoluzione francese: «Si credeva di assistere a un evento; era invece l’inizio di una nuova epoca».
Oltre che sul piano interno, la presidenza Trump manifesta i suoi effetti dirompenti anche sul terreno della politica estera. Dal suo insediamento, il presidente sembra perseguire un duplice obiettivo: da un lato riaffermare la supremazia degli Stati Uniti nel mondo —accompagnando l’azione politica con la retorica del Make America Great Again— dall’altro distanziarli deliberatamente dal sistema internazionale costruito nel secondo dopoguerra. Al primo obiettivo possono essere ricondotte azioni come il ricorso all’uso della forza militare per deporre Nicolás Maduro in Venezuela, la riaffermazione dell’emisfero occidentale come area di esclusivo interesse statunitense attraverso una riesumazione aggiornata della Dottrina Monroe —ribattezzata in chiave trumpiana Dottrina Donroe— le minacce rivolte alla Danimarca e agli alleati europei sull’eventuale acquisizione della Groenlandia, fino all’uso sistematico dei dazi per ridefinire unilateralmente le relazioni commerciali degli Stati Uniti. Al secondo obiettivo appartiene invece il progressivo disimpegno di Washington dal multilateralismo internazionale: l’uscita degli Stati Uniti da oltre sessanta trattati e organismi internazionali, tra cui l’Accordo di Parigi sul clima, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e numerosi altri accordi che avevano contribuito a strutturare l’ordine globale negli ultimi decenni.
Considerate nel loro insieme, queste scelte restituiscono l’immagine di una visione del mondo fondata sulla centralità della forza e della coercizione, nella quale le opportunità di affari e profitto per una ristretta cerchia assumono un ruolo tutt’altro che marginale. Un mondo in cui, per usare le parole di Stephen Miller, fidato consigliere e braccio destro di Trump, “vige la legge della forza e della potenza”; un mondo in cui la supremazia va imposta e difesa con le armi e con le minacce, mentre le regole, le istituzioni multilaterali e il diritto internazionale sono percepiti come vincoli alla sovranità nazionale e dunque come ostacoli agli interessi degli Stati Uniti. Si potrebbe obiettare che, ridotta ai suoi elementi essenziali, l’impostazione della politica estera degli Stati Uniti sia sempre stata caratterizzata da tratti analoghi. Con il professor Del Pero cercheremo allora di comprendere quali sono gli elementi di discontinuità che rendono quella di Trump una presidenza di rottura anche su questo versante.

In questo quadro, l’isolazionismo —che Del Pero definisce una delle categorie più fuorvianti per interpretare la politica estera americana, non solo oggi ma lungo l’intera storia degli Stati Uniti— appare più come uno slogan elettorale volto a solleticare l’anti-globalismo del movimento MAGA che come una reale strategia. L’idea di un ritiro dal mondo si rivela un’illusione, incompatibile con una pratica di potenza che è tutt’altro che rinunciataria. Più che di isolazionismo, è dunque di nazionalismo che occorre parlare, o forse di una forma di neo-imperialismo, caratterizzata da un rifiuto selettivo delle regole comuni, da un uso spregiudicato della forza e dove l’accaparramento delle risorse e l’affarismo assumono un ruolo centrale.
Uno degli effetti più evidenti di questa impostazione è il progressivo logoramento delle alleanze storiche degli Stati Uniti. Il paradosso di un Making America Alone Again si traduce nel ripudio, più o meno esplicito, dei pilastri dell’ordine euro-atlantico —dal rapporto con l’Unione Europea alla NATO— e in una crisi profonda delle relazioni transatlantiche, che mette in discussione equilibri consolidati da oltre settant’anni. Parallelamente, sembra riaffacciarsi una nuova era delle sfere d’influenza, in cui dottrine ottocentesche come quella Monroe —o concezioni novecentesche di “sovranità limitata”— vengono adattate al XXI secolo. Il risultato è un sistema internazionale più instabile, caratterizzato potenzialmente da una crescente conflittualità e da un rischio accresciuto di escalation e di deflagrazione di conflitti su vasta scala.
In questo contesto si consuma, forse definitivamente, la crisi dell’ordine liberale internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale e rafforzatosi con la fine della Guerra fredda: un ordine fondato sul diritto internazionale, sul multilateralismo e sul ruolo centrale delle Nazioni Unite. Già sotto attacco da tempo e da più parti, oggi sembra non avere più veri difensori, nemmeno tra i suoi principali architetti storici. Se si esclude la voce, sempre più flebile, dell’Unione Europea, il vuoto lasciato dagli Stati Uniti appare difficile da colmare. Sarà proprio a partire da queste valutazioni e interrogativi —tra continuità e rottura, crisi e trasformazione— che dialogheremo con l’autore, per provare a leggere il nostro tempo con strumenti storici e politici adeguati.

Ruben David
Ruben David lavora presso l’Ufficio legislativo di un gruppo parlamentare, dove si occupa di clima, ambiente ed esteri — i suoi principali ambiti di specializzazione. Su questi temi ha conseguito un dottorato di ricerca all’Università di Trento. Nel corso della sua carriera ha lavorato per think tank, enti e centri di ricerca, tra cui il CMCC e l’ISPI. Ama il mare e sogna, un giorno, di imparare a fare l'orto e andare in barca a vela.