14/11/2025

Papa Giovanni XXIII, le persone al Centro. Intervista alla presidente Giorgia Sordoni


Avete già cominciato a pensare ai regali di Natale? Ok, è vero, manca ancora più di un mese, ma alla fine di questa intervista a Giorgia Sordoni chissà, magari vi verrà l’ispirazione giusta.
Giorgia Sordoni è presidente del Centro Papa Giovanni XXIII dal 2022, nei precedenti 15 anni è stata la vice dello storico presidente don Giancarlo Sbarbati, e da sempre è una delle anime di questa incredibile realtà anconetana che nel 2027 festeggerà 30 anni di vita. Nessuno meglio di lei può raccontarci la storia sin dal principio.
«Siamo nati a Piazzale Camerino, eravamo giovani del quartiere che frequentavano la parrocchia Cristo Divino Lavoratore e offrivano il proprio tempo libero alle persone con disabilità. Grazie alla visione di personaggi come don Giancarlo e Piero Alfieri, figura di animatore molto importante per noi ragazzi di allora, lentamente questo volontariato puro si è trasformato in qualcosa di strutturato. Anche grazie alla nuova legge approvata proprio in quegli anni e a un riordino sistemico dei servizi sociali, ha cominciato a prendere forma l’idea della cooperativa».

Del 1997 è il primo servizio di centro diurno che poi negli anni è raddoppiato. Via via si sono aggiunti altri servizi, oggi com’è composta l’offerta?
«I centri diurni di Via Madre Teresa, la nostra sede, sono rivolti a persone con disabilità che hanno una casa e una famiglia, ma che di giorno stanno con noi per provare a soddisfare le aspettative di vita comuni a tutti i cittadini. A questi si sono aggiunte due comunità residenziali, che sono invece appartamenti in cui vivono persone adulte con disabilità, che non hanno più un riferimento familiare. Nel tempo è nata Fricchiò, l’attività di catering che offre contratti di lavoro regolari a persone con disabilità e che oggi è una realtà sempre più grande capace di offrire servizi anche a 400 clienti contemporaneamente. Da due anni a questa parte è attiva l’agenzia di lavoro “Diffonde”, un servizio che punta a far incontrare le imprese del territorio con persone con disabilità in cerca di occupazione. Insistiamo molto su lavoro e formazione professionale perché è la stessa Costituzione ad insegnarci che sei un cittadino pienamente compiuto se hai un lavoro. Infine c’è la Casa Sollievo, opportunità rivolta alle persone con disabilità che hanno una famiglia ma che vogliono provare a vivere per un periodo in maniera autonoma. Una forma di sperimentazione che li aiuta a programmare il futuro, perché quello che più fa paura in questi casi è sapere che un giorno la rete familiare verrà a mancare».

Com’è cambiato negli anni il modo di trattare la disabilità?
«In passato la disabilità era relegata al tema assistenziale, sanitario, si tendeva ad aggiustare i problemi per quanto possibile con un’impostazione direi quasi ospedaliera. Poi il modello è cambiato, realtà come la nostra si occupano di fare in modo che la persona con disabilità possa provare ad esaudire i propri desideri, ovvero ad esercitare i propri diritti: il diritto al lavoro, il diritto a una vita indipendente, il diritto alla piena cittadinanza. Tutte le nostre iniziative tendono a inserire le persone nella società. Non vogliamo restare chiusi tra quattro pareti, vogliamo mescolarci, se facciamo attività di lettura la facciamo nelle biblioteche pubbliche, se dobbiamo imparare a fare spesa non simuliamo un negozio nella nostra sede, ma andiamo al supermercato. E questo aiuta anche gli altri cittadini cosiddetti normodotati ad abituarsi alla convivenza».

E naturalmente è cambiata anche la preparazione degli operatori.
«Quando abbiamo iniziato eravamo dei volenterosi dilettanti, niente più che animatori, adesso c’è un’altra consapevelezza, da noi lavorano educatori e Oss laureati, la cooperativa sta sul mercato e benché l’obiettivo principale sia di tipo sociale, deve anche sapersi sostenere economicamente, la formazione occupa una parte centrale dei nostri investimenti. La vecchia concezione del volontario andrebbe completamente cancellata, anche se purtroppo resiste nella forma mentis anche di molti politici».

A proposito, il terzo settore è ormai a tutti gli effetti un mondo di professionisti che sempre meno possono contare sul sostegno pubblico. Un controsenso.
«Assolutamente. E quello che vale per la disabilità vale in generale per tutte le forme di fragilità. Immagina il welfare come un tavolo retto da quattro gambe. Fino a qualche tempo fa tutte le gambe erano sostegni pubblici, oggi ne resta una solamente. Le altre tre gambe nel nostro caso sono costituite da un ufficio di raccolta fondi che lavora a mille all’ora, da un ufficio di progettazione per intercettare bandi e infine dalle reti familiari».

Come sono i vostri rapporti con le istituzioni?
«Intanto è bene chiarire che il nostro interlocutore istituzionale è per l’85% la Regione e solo per il 15% il Comune. Noi siamo a tutti gli effetti un pezzettino del servizio sanitario regionale. I rapporti sono difficili, lo dico tranquillamente, e ancora lasciami chiarire che il problema non riguarda solo noi, ma in generale tutte le realtà simili alla nostra. Il contributo dell’azienda sanitaria che ci viene corrisposto per le prestazioni è immutato dal 2014, quando nel frattempo tutto è aumentato in modo esponenziale. La seconda preoccupazione, da questo punto di vista, è data dal fatto che nel 2024 è uscito un nuovo decreto che riforma la materia della disabilità in modo radicale, a partire dal lessico che nelle istituzioni va usato per trattare la materia. Ad esempio cambiano le terminologie dei moduli per la richiesta della 104. Ma la nuova norma introduce elementi di novità soprattutto nella sostanza, negli strumenti, nelle modalità, pone davvero la persona al centro di tutto. E questo è un cambiamento che richiede di ripartire da zero e di rimettere tutto in discussione. Ecco, non so quanto le istituzioni siano pronte a sostenere questo salto»

E dunque, visto che si avvicinano le feste di Natale, ecco che tutti possiamo fare qualcosa di utile.
«Sì in tanti modi. Durante le feste si può prendere in considerazione di servirsi da Fricchiò, che da tanti anni ormai prepara dei menù buonissimi per Natale e capodanno. Noi stessi saremo qui al lavoro fino alle 8 della sera della vigilia e poi porteremo a casa il cenone. Oppure c’è il nostro mitico torrone prodotto in collaborazione con Fiorente, quindi un’azienda locale, che ormai ci contraddistingue e ogni anno sul web e nei vari mercatini in giro per la città ne vendiamo tantissimi. E infine la cosa più facile, andando sul nostro sito si può donare una card solidale, anche piccolissime cifre che ci permetteranno di dire a un amico: quest’anno ti ho regalato un pulmino attrezzato, pulito, sicuro, per aiutare tante persone».

Sta’ a vedere che alla fine vi abbiamo risolto il problema dei regali di Natale e pure quello del cenone…

clicca sulla grafica qui sotto per entrare nel Natale del Centro Papa Giovanni XXIII

 



Matteo Belluti

Matteo Belluti si occupa di comunicazione e scrittura creativa per conto di enti, aziende e associazioni.
Veglia su Ancona Rivista a Colori sin dal suo primo vagito.


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