Nel panorama culturale anconitano del secondo dopoguerra e degli interi anni Cinquanta ebbe un posto di rilievo un uomo versato in vari campi e che forse ebbe il difetto di non realizzare una sola opera nella quale lo si potesse identificare. Francesco Ghedini fu come i molti rivoli di un fiume, senza mai essere fiume. Scrisse d’arte, di cinema, di teatro e d’altro, come nessun altro seppe scrivere a quel tempo da queste parti, inarrivabile per eleganza. Compose una poesia, Canzonetta 1945, che come poche dà il senso del mondo distrutto e dell’occasione vitale. È riprodotta nel volume La città in cantiere. Ancona 1944-1960, di Michele Polverari, editore Il Lavoro Editoriale, dove sono segnalati alcuni suoi interventi e l’occasione di un pubblico incontro, richiamato da una nota del “Giornale dell’Emilia” del 14 aprile 1951, che riproduciamo:

C’erano molti “cappellini”, la sera di sabato scorso, a complimentare i poeti “giovani e giovanissimi”, e ad ogni modo non inferiori ai trentacinque anni, ch’erano stati i protagonisti dell’incontro promosso dalla Dante Alighieri; e quei cappellini che nell’ampio salone della Provincia, dopo aver fatto parte di un nereggiare anonimo di teste durante le due ore e più di lettura di versi, potevano ormai sfarfallare graziosamente da Acquabona a Cecè Ferri, da Regini a Palatroni, erano gli stessi che casualmente si notano alle serate del Cine-Club ed ai concerti degli “Amici della Musica”, alle rare “vernici”delle mostre ed alle rarissime “prime” teatrali. Francesco Ghedini, tra una presentazione e l’altra, aveva bellamente tacciato ancora una volta le portatrici di questi estrosi copricapo di “curiosità”; ma evidentemente, ancora una volta le gentili rappresentanti dell’intellighentia locale non gliene volevano, visto che i complimenti più meditati li rivolsero poi a lui. E se li merita. Regista, pittore, pianista, poeta lui stesso, “Checco” è tuttavia per i suoi concittadini, soltanto il più accreditato dei critici; il deus ex machina, soprattutto, d’ogni manifestazione culturale, sempre peraltro così difficile a promuovere in un ambiente per lo più abulico e, dove lo potrebbe, assolutamente mancante del senso del mecenatismo.

Con lo pseudonimo di Puck scrisse, sempre sul Giornale dell’Emilia, a proposito del Teatro delle Muse:

La sorte del teatro delle Muse è ormai segnata: una vecchia baracca diserta dalla guerra e dagli uomini, gremita di topi di polvere di muffa e senza più fantasmi. L’hanno dimenticata anche loro. So bene che è inutile parlarne […]. Vi verrà fatto di domandarvi: che cosa dicono gli altri cittadini? È presto detto: niente. Il Teatro ci sia o non ci sia, non dicono niente. Sono siffatti. Se ci sarà ci andranno, ma non troppo. Se non ci sarà faranno come ora.

La figura di Francesco Ghedini ha peraltro ispirato il romanzo di Gilberto Severini, Congedo ordinario, pubblicato nel 1996.