23/05/2025

Primo Pride ad Ascoli, “finalmente torno a casa”


Ho chiesto un giorno di ferie per il 7 Giugno.
Mi sono assicurata in tutti modi di non mancare ad un appuntamento così importante, di essere presente a questa specie di armistizio, una sorta di pace, alla silenziosa resa non so di quale fazione.
La sento così, o meglio, mi piacerebbe che lo fosse. In cuor mio so che la realtà non si avvicina minimamente alle mie fantasie, so bene che la lotta è feroce, cruda e anche che la guerra è confusa e rumorosa.

Chissà che penserò mentre percorrerò l’autostrada verso la mia vecchia casa, verso Ascoli, per il suo primo pride. Alla quattordicenne che vive dentro di me sembra una follia, una trappola che la catapulta indietro, in un tempo di angoscia, di bugie, di frasi sussurrate a mezza bocca, di interrogativi. Ho passato molte ore all’ombra delle tue rue, nascosta con qualche amore giovanile con cui mi spartivo un pacchetto di sigarette e la paura di essere vista. Nei piccoli posti, si sa, le belle notizie corrono veloci: davanti al Meletti si mormora che hai baciato una donna e alla fine delle logge di Piazza si dice che ti senti un uomo.

Il pettegolezzo è il sale della provincia: la anima, la fa sorridere, fa sentire chi lo pratica migliore del soggetto della storia. Si trascina di bocca in bocca con nuovi particolari, si ingrandisce, unisce le persone. All’epoca avrei voluto avere un megafono ed in piedi su un tavolino urlare che non davo fastidio a nessuno, che c’erano delle differenze abissali tra amare qualcuno, sentirsi qualcuno o non sentirsi nulla, guardarsi allo specchio e non riconoscersi, oppure riconoscersi in qualcosa che si sente di essere, ma che gli altri ancora non validano. Volevo dire soltanto che il proprio sentire va molto al di là di quello che abbiamo tra le cosce. Volevo dire a tutti che mi faceva stare male nascondermi sempre in quella ruetta umida, mi faceva soffrire che potevo essere solo “una cara amica”, mi faceva soffrire vedere chi amavo vivere una doppia vita, mi faceva sentire in colpa il solo pensiero di mettere nei guai l’altra persona perché avevo detto qualcosa di troppo o ci eravamo trattenute troppo a lungo da sole.

Per anni ho avuto il pensiero fisso, come un rumore di fondo, di essere riconosciuta sempre come “quella lesbica”. E un po’ così è stato: si abbassava la voce quando entravo in una stanza, magari qualche simpaticone ammiccava a qualcosa di ambiguo, o alla prima occasione dove l’alcool scioglieva lingua e pensieri qualcuno si presentava a chiedermi “oh ma ti piacciono i maschi o le femmine?” spesso utilizzando un linguaggio molto meno delicato.
Ma poi tutto come prima, amici come prima. Per loro. Io invece non ci dormivo la notte.

E allora sono andata via, in una nuova città, in un immenso fiume umano dove nessuno ti nota. Lentamente sono crollati i pregiudizi che avevo su di me e sugli altri. Ho imparato che gli stereotipi dentro la testa li abbiamo tutti, pur non accorgendocene. Questi costrutti mentali indotti influenzano la percezione ed il giudizio che abbiamo di noi e degli altri, banalizzando ciò che vediamo e relegandoci in sentenze affrettate ed inflessibili. Ma la realtà è molto più complessa.

Esistono centinaia di modi di amarsi, di accettarsi, di famiglie, di sentire qualcosa. Quello che chiamiamo tradizionale, lo è solo sui palchi della propaganda, perché tra le quattro mura della propria casa tutto ha una sua sfumatura, più o meno marcata. Tutti hanno i propri segreti, i propri dolori, le proprie paure e i propri dubbi. E non si può spiegare sempre tutto a tutti.

Gli hashtag e i braccialetti rainbow alla televisione forse non bastano a far capire la vita di tutti i giorni: come quando nei racconti ai colleghi devi trasformare una lei in un lui, o viceversa, perché l’ambiente è un po’ più ostile di quello che sembra, quando dai risposte vaghe alla domanda “con chi sei andato in vacanza?” perché sai già che hanno dei dubbi su di te e non ti senti tranquillo, quando tacere è più facile che tollerare altro, quando ti senti libero solo nella facilità del salotto di casa tua.

Forse la chiave sta nell’educare le persone all’altro, che non è catalogabile in giusto o sbagliato secondo criteri superficiali, ma è semplicemente diverso. E a questa diversità non si può guardare con sprezzo, come se non ci toccasse, perché può bussare alla porta di casa di ognuno di noi.

Tu* figli* domani potrebbe star male perché non riesce a capire chi è, potrebbe accadere anche al tuo partner, proprio quello con cui condividi il letto da vent’anni, o a qualche tuo caro amico. E non importa quanto tu sia stato rigido, severo o dove hai puntato la matita nella solitudine della cabina elettorale, può capitarti. E magari vale la pena guardare meglio, giudicare meno, provare a conoscere un po’ di più.

E allora se il 7 Giugno nel primo pomeriggio ti troverai in centro ad Ascoli, non aprire la bocca per parlare degli arcobaleni, dei lustrini, delle sigle che non conosci, di un vestiario che non ti piace, di un bacio che ti mette a disagio.
Non cedere alla necessità di giudizio. Guarda quelle persone sfilare al primo Pride di Ascoli e pensa soltanto che lo stanno facendo per i loro diritti, in una battaglia che si porta avanti da più di 50 anni, per ottenere qualcosa che tu hai già, e non ti verrà tolto. Io finalmente torno a casa, tenendo mia moglie per mano.



Valentina Angelini
Valentina Angelini

Classe 1994, ascolana. Infermiera di area critica, specializzata in Wound care e professionalmente forgiata nella capitale.
Accolta da Ancona nel 2022, dove poi ha conseguito la laurea magistrale in Scienze infermieristiche ed ostetriche.
Divoratrice spietata di podcast e lettrice senza scrupoli, sportiva con pochi muscoli ma tanto cuore, sogna di partecipare ad un Ironman e di imparare ad andare a vela.


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