Può sembrare strano, ma le elezioni Europee non sono solo una sorta di elezioni di mid-term per valutare la tenuta dei governi nazionali e misurare la temperatura del consenso dei leader politici. Le elezioni Europee servono a eleggere il Parlamento Europeo e -indirettamente- a influenzare politiche e nomine di Commissione e Consiglio.
Non si tratta di un voto marginale, se pensiamo che circa i 2/3 delle leggi che si applicano sul nostro territorio vengono approvate proprio dalla Plenaria del Parlamento Ue. Eppure, il racconto della campagna elettorale e l’analisi post-voto dei principali media hanno serenamente evitato di far comprendere ai più come funzioni la Camera di Strasburgo.

Immaginiamo di andare a votare per le elezioni nazionali, regionali o amministrative senza esserci posti due semplici quesiti: chi ha governato sinora? Chi è in maggioranza? Immaginiamo di essere del tutto scontenti di un sindaco e della sua giunta, ma votare per chi lo appoggia, perché nessun mezzo di informazione si è preso la briga di spiegare chi comanda davvero in Comune. Difficile immaginare scenari del genere. Tuttavia, è proprio quello che accade alle elezioni Europee.

In pochi spiegano chi governa il Parlamento Ue e quali siano le vere maggioranze. E chi lo fa, spesso, rappresenta la realtà in maniera sommaria e fuorviante. Prendiamo tutti i papelli e le dissertazioni sulla cosiddetta maggioranza Ursula, quella che Popolari, Socialisti e Liberali dovrebbero comporre a supporto della conferma al timone della Commissione della presidente uscente von der Leyen. Nelle leggende popolari, questa alleanza avrebbe lo scopo di salvare l’Europa dalle forze di estrema destra. Peccato che si tratti di un accordo a tempo determinato, buono giusto a rieleggere la spitzenkandidaten del PPE (ma gli aiuti esterni serviranno, forse persino quello di Fratelli d’Italia) e a spartirsi in cencelliana maniera gli incarichi di maggior prestigio: testa di Commissione, Parlamento e Consiglio, più una pletora di vice presidenze, presidenze di commissioni parlamentari, capi gabinetto in Commissione e compagnia bella.

Per carità, qualcuno potrebbe eccepire, a ragione, che tenere fuori da questi incarichi Meloni, Salvini, Le Pen, gli spagnoli di Vox o i polacchi di Diritto e Giustizia sia già di per sé un risultato, poiché la loro capacità di influenzare le politiche dell’Unione si ridurrebbe. Ma questa esclusione è tutt’altro che automatica -e allo stato dell’arte poco probabile. Nel 2019, quando Meloni era ancora all’opposizione in Italia, al suo Gruppo politico a Strasburgo, l’ECR, sono state assegnate le presidenze di due commissioni parlamentari importanti come Bilancio e Occupazione e Affari sociali, più varie vice-presidenze e altri incarichi tecnico-politici. Figuriamoci cosa accadrà ora che Fratelli d’Italia governa il nostro Paese ed è uscito vittorioso dalle elezioni.

Ma allora, qual è la maggioranza che governa davvero il Parlamento Europeo? Se prendiamo come riferimento il 2009, anno in cui è entrato in vigore il Trattato di Lisbona, che ha ampliato i poteri legislativi, di bilancio e controllo politico di un’istituzione in precedenza poco considerata, Strasburgo è sempre stata comandata dal centro-destra, con i liberali a fare da ago della bilancia. La legislatura uscente non ha fatto eccezione e il gruppo della Meloni ha quasi sempre spalleggiato il PPE con lo scopo di ottenere una maggioranza neoliberista, ben lontana dagli interessi dei cittadini.

Ora, occorre precisare una cosa. Anzi, due. La prima è che, a differenza di quanto accade nel Parlamento italiano, il lavoro del Parlamento Europeo si svolge quasi interamente all’interno delle commissioni parlamentari di Bruxelles. Ce ne sono 20, divise per tema: dal mercato interno all’ambiente, dall’agricoltura alle commissioni economiche. La posizione con la quale il Parlamento si trova a negoziare con gli Stati un disegno di legge, si forma al loro interno. La seconda questione da precisare è che le maggioranze all’interno di queste commissioni sono ben diverse dalla maggioranza Ursula di cui tanto si parla. Tanto per cominciare, i Popolari, che da noi significa Forza Italia, fanno troppo spesso fronte comune con i Conservatori di Meloni e Kaczyński (presidente degli anti-aborto, anti-LGBT, anti-migranti di Diritto e Giustizia) e con l’altro gruppo di estrema destra ID, guidato da Salvini e Le Pen. I tre gruppi di destra, inoltre, possono contare sull’appoggio dei Liberali di Renew nelle commissioni di taglio economico, dove le convergenze su politiche che strizzano l’occhio all’austerity e alle grandi industrie (spesso non europee, paradosso delle destre nazionaliste) sono ormai consolidate.

Riassumendo, i gruppi di Tajani, Meloni e Salvini fanno già la parte del leone nei processi legislativi -in particolare in quelli che riguardano la sfera economica- e continueranno a farla anche nella legislatura entrante. Troppo spesso, purtroppo, il lavoro delle forze progressiste non basta a bilanciare il risultato, seppur la richiesta di voto palese in Plenaria e il gran lavoro di informazione della società civile in alcuni dossier abbiano, a volte, portato a ribaltoni sorprendenti.
Resta dunque parossistico l’approccio di Meloni, che nelle dichiarazioni pubbliche si vende come alternativa a chi governa il Parlamento Europeo, nonostante da anni sia di casa nella sua maggioranza. Ma risulta parimenti discutibile la decisione del mainstream mediatico di ignorare un aspetto così fondamentale, facendo così il gioco di gioco di Giorgia. Il risultato è paradossale: gli scontenti delle politiche europee finiscono per votare proprio per chi è in maggioranza e per chi ha fatto di tutto per annacquare ogni proposta equa, sociale e solidale discussa a Strasburgo.

Un ultimo pensiero va ai due nostri corregionali neo-eletti a Strasburgo: Matteo Ricci e Carlo Ciccioli. Erano 20 anni esatti, da Luciana Sbarbati, che un marchigiano non riusciva nell’impresa. Cosa possono fare per il nostro territorio? Essere presenti. Ma non ad Ancona o Pesaro e non solo a Strasburgo, dove i deputati tendono a non mancare, non solo perché si finalizza il lavoro parlamentare, ma anche perché si contano le presenze in aula che poi fanno bella mostra sui giornali. La cosa più importante è essere presenti a Bruxelles, frequentare le commissioni parlamentari, lavorare sui dossier per mesi. Solo così si guadagna rispetto in Europa, si intessono legami, si spostano maggioranze e si ottengono successi. I deputati tedeschi lo fanno da una vita e i risultati sono ben visibili a tutti.