21/03/2025

Quelli che pensano che l’Europa sia ancora la risposta giusta


Nei tornanti della storia le persone, le coscienze e le emozioni tornano a mettersi in moto molto più velocemente rispetto a quanto non facessero prima, quando tutto sembrava scontato e il sentiero già tracciato. L’immagine della storia che torna a mettersi in moto a discapito della sua fine preconizzata negli anni ’90 da Fukuyama ne “La fine della storia e l’ultimo uomo” è sicuramente stata abusata, facendo il paio con lo “spettro che si aggira per l’Europa”. Aiuta però sicuramente a cogliere lo spirito e l’atmosfera che si respiravano in Piazza del Popolo a Roma sabato 15 Marzo alla manifestazione “Tante città, una piazza per l’Europa”, dove 50.000 persone di fronte alla sensazione di un rimescolamento delle coordinate mondiali, alla confusione e alle preoccupazioni che questo genera, hanno sentito la necessità di far sentire la propria voce e di ritrovarsi “per sentirsi meno soli”. Ma anche per confrontarsi.

È stata una piazza riflessiva. Decine di interventi che si sono susseguiti sul palco, con la gente ferma immobile ad ascoltare per più di 3 ore. È merce rara nell’epoca delle certezze assolute e del declino della capacità di attenzione, in considerazione anche dell’eterogeneità delle posizioni su alcuni temi di chi vi partecipava sia in piazza che sul palco. Michele Serra, ideatore della mobilitazione, ha affermato che la piazza non aveva certezze o risposte da offrire, ma aveva ben chiare le domande da porre ai decisori politici e all’opinione pubblica: “Questa piazza è un punto interrogativo di colore blu”. Eppure, una certezza accomunava chi era presente in quella piazza: che tutte le sfide che ci troviamo davanti –e sono tante– possono essere affrontate meglio, e in alcuni casi solo, se avanziamo nel processo di integrazione e unificazione europea. Questa consapevolezza, in piazza, si è declinata in una doppia prospettiva. Da un lato al passato: con il riconoscimento di tutto ciò che l’Europa ci ha garantito e permesso di raggiungere –dalla tutela dei diritti fondamentali agli standard democratici, alla pace tra paesi che prima si facevano la guerra, fino a politiche ambientali ambiziose (e molto ancora)-. Dall’altro al futuro: con l’obiettivo di costruire gli Stati Uniti d’Europa come unico orizzonte politico-istituzionale in grado di assicurare un sistema economico solido e competitivo, salvaguardando uno stato sociale di qualità, un’autonomia strategica in settori chiave, tra cui l’energia, e, infine, un sistema comune di difesa e sicurezza.
E già questo, a mio modo di vedere, trasforma una piazza che è stata definita pre-politica o meta-politica in una decisamente politica, volta cioè a riaffermare e rilanciare un sogno di integrazione, pace, libertà e maggiori diritti che nasce da lontano ma accelera e si concretizza nel secondo dopoguerra a partire dallo slancio visionario dei cosiddetti padri fondatori, comprese alcune madri fondatrici. E la piazza ha (ri)consegnato questo ideale all’establishment politico, ai parlamenti e ai governi affinché lo perseguano.

Se questo messaggio vi sembra poco o scontato, non abbastanza per giustificare una piazza, basta metterlo a confronto con i nazionalismi che oggi hanno ripreso ad imperversare dentro e fuori dall’Europa. A livello internazionale, nella sponda ovest dell’Atlantico alla guida del nostro principale alleato storico è andata un’amministrazione che non solo non supporta più il processo di integrazione europea (cosa che gli statunitensi hanno sempre fatto in maniera altalenante) ma che pensa che l’UE sia nata per “fotterli” e che mirano a disintegrarla (basti pensare all’endorsement dato ai neonazisti dell’AfD e ai dazi). Volgendo lo sguardo ad est c’è un regime la cui torsione autoritaria non solo è ormai ben consolidata, ma che ha riabbracciato una visione imperiale e si presenta come modello per i nazionalismi europei (soprattutto di destra ma non solo).
All’interno, invece, oggi in UE sono 8 i Paesi in cui partiti nazionalisti (di destra) sono al governo. E per chi pensa che l’Italia ne sia esclusa basta riportare le frasi pronunciate dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in una sede istituzionale, in Senato, pochi giorni fa, il 18 Marzo: “Noi non siamo proprio d’accordo sulla maggiore cessione di sovranità. Noi continuiamo a pensare che l’Europa debba occuparsi di meno materie e di quelle delle quali gli Stati nazionali non possono occuparsi da soli”. Per poi affondare il colpo il giorno seguente alla Camera dei Deputati: “l’Europa di Ventotene non è la mia”.

L’Europa di Ventotene, invece, era in Piazza del Popolo a Roma la settimana scorsa con Renata Colorni, 85 anni, figlia di Eugenio Colorni, uno degli ideatori del Manifesto di Ventotene, e di Ursula Hirschmann, che contribuì a diffonderlo e, dopo la morte del primo marito per mano di una banda di nazisti tedeschi, sposò in seconde nozze proprio Altiero Spinelli.
Sventolare la bandiera europea in quella piazza non era solo un modo per riprendere, attualizzare e rilanciare quel progetto che si riteneva necessario già più di 80 anni fa, ma anche un modo di solidarizzare e riconoscersi con chi, da fuori, guarda proprio a quella bandiera come orizzonte di speranza, diritti, prosperità e democrazia. Un tributo alle loro aspirazioni che spesso maltrattiamo e deludiamo.

Tante critiche sono state mosse a questa piazza: due in particolare ci terrei a smontarle.
È stato detto: al nazionalismo degli Stati si è risposto con una forza di eguale segno ma su diversa scala: il nazionalismo europeo. Dovremmo forse ricordarci, e c’era la sig.ra Colorni con la sua storia familiare a testimoniarlo, che il processo di integrazione europea nasce per superare i nazionalismi del Novecento che produssero guerre e devastazione sfociando in due guerre mondiali. L’europeismo è antitetico al nazionalismo.
Un’altra critica che è circolata è che la difesa del progetto europeo messa in campo in quella piazza in fin dei conti coincidesse con desiderare il ritorno al mondo della Vecchia Europa eurocentrica (bianca, razzista e delle missioni civilizzatrici e/o colonizzatrici) che si sente moralmente superiore al resto del mondo. Rivendicare che i valori fondanti europei di tolleranza, rispetto dei diritti, democrazia ecc vadano difesi da chi intende indebolirli proponendo modelli basati sull’autoritarismo e l’uso della forza è forse da uomo bianco eurocentrico razzista? Questo non significa non riconoscere le debolezze e le storture dell’Europa, ma dovrebbero essere affrontati approfondendo e proseguendo nella strada che si professa di quel percorso piuttosto che procedere al suo smantellamento.

E infine, sul punto più controverso, mi è parso di capire che la differenza principale stesse tra chi ritiene che, considerati i tempi e le condizioni attuali, un riarmo a livello nazionale con alcuni elementi di coordinamento e condivisione europea possa essere un primo passo accettabile, e chi invece sostiene che solo un vero sistema di difesa europeo sia ammissibile.
Ad eccezione dei pacifisti più radicali –ciò che tutti vorremmo essere– che rifiutano qualsiasi discorso sulla difesa e le armi, me compreso, ma solo in un mondo ideale e in un contesto ben diverso da quello attuale. I negoziati sul disarmo avvengono su base bilaterale o multilaterale e in maniera concordata e non unilaterale.
Se vuoi la pace prepara la pace, sono d’accordissimo. Sono altrettanto convinto che, se ritieni che un popolo non abbia diritto alla sua indipendenza ed autodeterminazione, se lo aggredisci militarmente e come unica condizione per un cessate il fuoco (temporaneo o permanente?) esigi la smilitarizzazione dell’aggredito mentre tu continui ad armarti e ad avere un’economia di guerra, non stai preparando e non vuoi la pace. Ma ammetto che potrei sbagliarmi. L’Europa probabilmente avrebbe continuato volentieri ad essere semplicemente un “civilian state”, una “potenza normativa”, una “forza gentile” (come la definì Padoa-Schioppa) e un “verme militare” (ad indicare le sue ridotte dimensioni in questo ambito), ma di fronte a situazioni come quella descritta sopra e al venir meno dell’ombrello di sicurezza offerto dagli Usa nasce l’esigenza di creare una difesa comune europea come sistema di deterrenza e non per muovere guerre d’aggressione.

Perché a differenza dell’accusa mossa da alcuni all’UE e a quella piazza di volersi mettere l’elmetto per andare a fare la guerra, “noi non siamo gente che progetta guerre d’aggressione, noi non siamo gente che rade al suolo le città, non massacriamo e torturiamo civili con gusto sadico, non deportiamo bambini per usarli come riscatto” (Antonio Scurati). O meglio, lo siamo stati e non vogliamo più esserlo. Ma ci vogliamo però dotare di un sistema di deterrenza affinché gli altri ora non lo facciano a noi o a chi guarda a noi e a noi vorrebbe avvicinarsi. Allo stesso tempo, mentre costruiamo un sistema di deterrenza comune, non smettiamo di invocare la pace. Perché a ogni singola persona che era in quella piazza, così come a chi non c’era, la guerra fa orrore.



Ruben David
Ruben David

Ruben David lavora presso l’Ufficio legislativo di un gruppo parlamentare, dove si occupa di clima, ambiente ed esteri — i suoi principali ambiti di specializzazione. Su questi temi ha conseguito un dottorato di ricerca all’Università di Trento. Nel corso della sua carriera ha lavorato per think tank, enti e centri di ricerca, tra cui il CMCC e l’ISPI. Ama il mare e sogna, un giorno, di imparare a fare l'orto e andare in barca a vela.


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