All’indomani della nomina di Ancona Capitale della Cultura 2028 si è tenuta una riunione dei consiglieri di minoranza del Comune di Ancona, con la partecipazione anche di alcuni operatori culturali attivi nel “grande” progetto, con l’intenzione sia di capire meglio il piano delle attività che era a lungo rimasto segreto, che per individuare il modo migliore per contribuire a fare di Ancona capitale della cultura un successo per i cittadini e per la città.
Chiaro che nessuno si sognerebbe di rispedire al mittente un regalo di tale portata, tuttavia qualche dubbio sul dossier, pur scritto accuratamente, va evidenziato, soprattutto per la mancanza di una vera energia trasformativa che non sia solo mirata alla quantità, al riempimento, a combattere il solito horror vacui che pervade tutta la politica culturale cittadina, come se si trattasse di animare un villaggio vacanze più che di capire cosa la città dovrà letteralmente vivere nei prossimi anni, anche a partire da un percorso sociale e culturale profondo.
Fin dalle prime pagine del dossier infatti leggiamo una celebrazione del nostro posizionamento come magico nodo e ponte di pace e di reti energetiche (il che andrebbe anche bene) ma non si parla di nessuno dei grandi problemi locali da provare a correggere, dai quartieri sgangherati e scollegati, con autobus che non passano mai, strade divelte, verde trascurato o addirittura minacciato, serrande di negozi che chiudono a ripetizione e così via, con una crescente percentuale di nuovi cittadini stranieri da integrare e zone periferiche così abbandonate da diventare vere periferie metropolitane in una città tutto sommato di dimensioni contenute, etc. etc.
Lo stesso tessuto culturale della città avrebbe bisogno di rigenerarsi, di non rimanere immutato, puntando sulla qualità, sulla diffusione, sul dimensionamento e posizionamento di molti festival, che pur producendo contenuti di grande livello faticano a funzionare da attrattori oltre i confini della città.
Ecco, non sembra che ci si sia domandati davvero come la cultura ci possa aiutare, ma piuttosto che si sia puntato a fare il pienone nel 2028, anno peraltro cruciale dal punto di vista elettorale.
Dopo le prime riflessioni, la canicola estiva ha forse rallentato le menti e le azioni, e gli operatori culturali sono stati troppo impegnati a realizzare attività che ci hanno visti tra il pubblico… e adesso?
O meglio: Questo Adesso? Che si dice?
Col primo primo fresco abbiamo visto scorrere sui giornali titoli piuttosto bizzarri… prima una tenaglia sull’Assessora alla Cultura, convocata nella sede di FdI a spiegare il dossier (non la invidiamo!), poi un affondo della Confartigianato Ancona e Pesaro Urbino che ha acceso i riflettori di nuovo su Marta Paraventi, infine il Sindaco che ha replicato per chiudere la tripletta (una specie di “basta un po’ voialtri!”) assicurando una bella e comoda cabina di regia per tutti.
Più di recente però una interrogazione circostanziata del consigliere Giacomo Petrelli sui cantieri del dossier ha riaperto il discorso lasciando intravedere anche molte incertezze, crepe e malumori in Giunta.
Al di là dei gossip o delle illazioni, ci sono molte cose di cui ancora non si parla e non si vede alcuna evoluzione, o per lo meno di cui non viene spiegato nulla e nulla è trasparente per i cittadini.
Proprio sugli investimenti le risposte date in Consiglio comunale appaiono contraddittorie e insoddisfacenti. Il punto non è che per il primo gennaio 2028 tutti gli investimenti debbano essere compiuti, il punto è che si ha l’impressione che si navighi a vista, che molte operazioni non siano neppure coperte, che la grande mole di interventi sia stata solo una “grande abbuffata’” una prova muscolare che però la Giuria della capitale della cultura ha preso sul serio, ma che a quanto pare non aveva alle spalle un solido programma finanziario e di lavori se non per quanto in esecuzione e già programmato dalla Giunta precedente.
C’è poi la parte dei 7 milioni di spesa principalmente corrente, insufficienti per le attività descritte nel corposo palinsesto del dossier, di cui sarebbe importante a questo punto controllare l’effettiva presenza sui bilanci degli enti ‘donatori’ magari su base pluriennale come di solito accade, oppure se ancora nulla è stanziato, capire come e quando verranno stanziati questi soldi.
Qualsiasi produzione, mostra, convegno, richiedono tempi più o meno lunghi di preparazione, lo stanziamento non avviene mai su un solo anno a meno di non costringere gli Istituti e gli operatori ad anticipare cifre anche molto importanti, e questo vale anche per consulenti, project manager e altre figure importanti che se lavorano devono essere pagate. C’è da dire d’altra parte che questi soldi basterebbero giusto per un serio Museo della civiltà del mare adriatico e poco altro, a meno che non si assuma che è stato chiesto a molti dei soggetti partecipanti di autofinanziarsi pur essendo nel dossier, cosa che non sappiamo.
In tema di rigenerazione urbana stupisce un po’ la estrema semplificazione nel trattare l’argomento, mescolando l’Accordo con il demanio a ristrutturazioni civili ed ecclesiastiche, le ristrutturazioni e le riqualificazioni con interventi di rigenerazione, con un elenco didascalico contraddistinto con R e N, ovvero spazi recuperati e riaperti per essere restituiti alla cittadinanza e spazi che arricchiscono il tessuto urbano e ospitano nuove forme di produzione culturale, andando a prevedere un bando per nuove proposte di destinazioni d’uso degli spazi che certo non costituiscono per definizione esempi di processo partecipativo.
Una ristrutturazione o un recupero non sono rigenerazione urbana se poi non accade qualcosa in termini di partecipazione dei cittadini, di risposta alle loro necessità, di spinta verso una destinazione/ridestinazione e gestione degli spazi, di rimescolamento degli usi: di partecipazione dei cittadini in tutta la ‘vita’ di questo dossier non se ne è vista molta.
Da ultimo, ma non per importanza, la governance, senza nomi all’inizio e senza nomi ora se non quelli di chi ha ideato e creato, organizzerà e dunque controllerà anche tutto il processo.
Comunque andrà sarà quindi un successo perché gli indicatori del sistema di monitoraggio non hanno valori quantitativi e target esplicitati, perché sono sempre le stesse persone che ruotano, e quindi agiscono e controllano al tempo stesso, senza dimenticare il fatto che a quest’ora ci dovrebbe essere (e speriamo di vedere presto qualcosa), oltre ad una bella e “dirimente” cabina di regia interistituzionale, anche una solida struttura amministrativa di coordinamento all’interno del Comune che raccordi chi si occupa di opere pubbliche, chi fa gare e contratti per beni e servizi, chi distribuisce le risorse agli operatori coinvolti ( e quando e con quali criteri?) chi fa eventi, chi fa promozione e comunicazione, etc. etc. etc.
In definitiva, crediamo sia giusto pretendere risposte su tempi, modalità e criteri di distribuzione delle risorse, sul cronoprogramma delle opere pubbliche, sui meccanismi di partecipazione per quali spazi sociali e culturali, sulla struttura organizzativa interna ed esterna al Comune, sui meccanismi di monitoraggio e sulla trasparenza della spesa pubblica in generale.
Che la famigerata “tenaglia” fosse mirata a ricordare alla Assessora alla Cultura Marta Paraventi che il progetto non è personale e ‘curricolare’ ma di tutti, o che fosse un altolà per ricordare il merito della filiera, non lo sapremo mai e alla fine poco importa. L’importante è che Ancona Capitale della Cultura non finisca per essere né un progetto elettorale né un progetto personale ma un investimento di risorse pubbliche (ovvero di tutti!) per il bene della città e di chi (speriamo) deciderà di investirci.