10/01/2025

Qui una volta era tutta manifattura… le Marche possono fare a meno dell’industria?


Non è una novità. Il processo di deindustrializzazione è un fenomeno che ormai da anni, almeno dalla crisi finanziaria del 2008, sta caratterizzando il nostro territorio. Cala il fatturato, cala il numero delle imprese, calano gli addetti del settore. Il paesaggio marchigiano, costellato da tante zone industriali dense di capannoni, appare sempre più “archeologico”: al dinamismo del lavoro si sostituisce un abbandono urbex.

Difficile non pensare con preoccupazione a quali possano essere le prospettive per questo 2025 appena iniziato e che si apre con dense nubi all’orizzonte: non solo i casi Beko, Fedrigoni, Caterpillar/IMR, ma anche i dati aggregati che evidenziano il crollo dell’export, della produzione industriale e le tante, troppe cessazioni di attività di imprese, spesso di taglio dimensionale medio-piccolo, sembrano delineare una brusca accelerazione.

A volte si riescono a trovare soluzioni, magari parziali, per salvaguardare l’occupazione grazie all’utilizzo di milioni di ore di cassa integrazione (numeri record nel 2024 per la nostra Regione), grazie a ricollocamenti, prepensionamenti, percorsi di formazione per nuovi impieghi (spesso in altri settori, come quello dei servizi); tuttavia, solo raramente si è in grado di far rimanere sul territorio quelle attività produttive che, specialmente nel passato, hanno costituito un elemento di grande ricchezza economica e non solo.

Prendiamo un caso emblematico: quello delle cartiere di Fabriano. Fortunatamente, in qualche modo si è riuscito a sventare lo scenario peggiore, quello che si era delineato nell’ottobre 2024 quando Fedrigoni aveva annunciato il licenziamento in tronco di quasi 200 lavoratori. Trasferimenti, ricollocamenti, prepensionamenti: anche se rimane nell’incertezza la sorte di decine di operai, nelle ultime settimane l’impatto sociale è stato attenuato. Rimane tuttavia un dato, terribile dal punto di vista produttivo, ovvero la dismissione del macchinario F3 per la produzione della carta: in buona sostanza, Fabriano perde un pezzo sostanziale di una storia lunga otto secoli che ha forgiato l’identità stessa di quei luoghi. Parliamo spesso di “made in Italy”: è stato istituito addirittura un indirizzo scolastico apposito ed è stato modificato il nome del vecchio Ministero delle Attività Produttive, che oggi si chiama appunto “Imprese e Made in Italy” (MIMIT). Benissimo: cosa c’è, o meglio cosa c’era, di più made in Italy della carta di Fabriano, brand noto in tutto il mondo? Gioiscono giustamente le organizzazioni sindacali e le istituzioni perché in effetti poteva finire molto peggio. Eppure, non sembra possa essere definitiva una vittoria se guardiamo al sistema produttivo nel suo complesso.

Un altro settore che sin dal secondo dopoguerra rappresenta un fiore all’occhiello per la nostra Regione è quello del “bianco”, ovvero gli elettrodomestici. Il ruolo della famiglia Merloni, come noto, è stato fondamentale per lo sviluppo economico delle Marche. Oggi purtroppo, siamo ben lontani dai fasti del secolo scorso: la multinazionale turca Beko ha annunciato un maxi-piano di esuberi che prevede ben 700 licenziamenti solo per la nostra Regione e la chiusura totale dello stabilimento di Comunanza. Un’altra pesantissima crisi industriale dopo quella, devastante, della Antonio Merloni, che, dopo una lunga agonia iniziata nel 2008, ha dichiarato fallimento nel 2020, lasciandosi alle spalle centinaia posti di lavoro e (anche qui) capannoni ormai vuoti. 

Parallelamente, mentre la parabola della manifattura marchigiana era sempre più discendente, prendeva sempre più quota il turismo, in un trend di crescita capace di superare anche ostacoli importanti come COVID e mucillaggini: anche per il 2024, infatti, complice Pesaro Capitale della Cultura, si registra un aumento, seppur lieve, negli arrivi e nelle presenze, specie dei turisti stranieri.

Qualcuno potrebbe dunque pensare che sia possibile sostituire alla manifattura il turismo: le Marche non più terra di imprese, ma di vacanze. Attenzione però, perché, almeno ad oggi, questo profondo mutamento nel DNA regionale non pare essere a saldo zero. Nonostante il turismo, che rappresenta una quota sempre più importante e preziosa della nostra economia, il PIL marchigiano registra performance pessime: una preoccupante stagnazione (i dati si aggirano attorno allo zero, per il 2024 un deludente +0,3%) e il triste primato di essere ormai stabilmente tra le Regioni che crescono meno in Italia. Non a caso, nella nostra Regione è in vertiginoso aumento il dato relativo alla povertà, che coinvolge il 17,5% della popolazione marchigiana e l’11% delle famiglie (quasi il doppio rispetto al 6,5% del Centro Italia e con un incremento di 5,1 punti rispetto al 2022). Possiamo vantare anche le retribuzioni più basse del Paese, sia per le donne che per gli under 30, e il primato per contratti intermittenti e precari: pochi “good jobs” e molto sfruttamento.

Insomma, prima di abbandonare e lasciare alle nostre spalle il sistema manufatturiero come un residuato del passato, sarebbe forse bene riflettere con più attenzione sulle prospettive di un nuovo modello di sviluppo basato solamente sul turismo, che può forse essere valido per particolari realtà (penso per esempio a Senigallia), ma che difficilmente potrà essere adottato per tutto il territorio regionale, senza andare incontro a un peggioramento delle condizioni economiche complessive.



Jacopo Francesco Falà
Jacopo Francesco Falà

Dottorato in Storia della Filosofia Medievale, materia che insegna all’Università Telematica Pegaso. È appassionato di politica e tenta di seguirne le vicende. Classe 1989, di Chiaravalle.


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