Mi chiamo Elena e faccio quello che, per me, è uno dei mestieri più belli che ci siano. Un lavoro quasi impossibile da spiegare. Non scriverò la mia autobiografia, non sarebbe particolarmente interessante. Dirò solo che, a vari livelli e per più motivi, le migrazioni fanno parte della mia storia personale da sempre, e di quella professionale da ormai 14 anni.
Non la farò lunga neanche sul contesto in cui lavoro, a Falconara. Quel progetto di accoglienza che, dopo mille sconvolgimenti identitari, ora si chiama SAI. Quando mi tocca spiegare che roba sia, mi trovo di fronte a due strade: o la prendo da Adamo ed Eva, dalla Convenzione di Ginevra in avanti, oppure racconto una storia. Stavolta racconto una storia.
Venerdì 17 maggio 2024 è una giornata dal clima decente, né troppo caldo né troppo freddo per la stagione. Quindi ottima per un torneo di calcio. Lo organizzano i colleghi di Jesi, che aggiungono alla sgambata anche cena e concerto (incredibile ma vero, a Jesi le tre attività si possono espletare nello stesso luogo, il Circolo cittadino che resiste impavido a paranoie post pandemiche e disgregazione sociale). Le idee semplici sono spesso le migliori, e infatti un nutrito gruppo di richiedenti asilo e rifugiati, a stra-grande maggioranza africani parecchio neri, si riversa nel rettangolo verde, con la stessa enfasi agonistica di chi disputa la coppa d’Africa.
In mezzo a loro spiccano un bengalese coi mezzi guanti neri (???), che riconosciamo per averci già regalato emozioni alla festa di Natale ballando su qualsiasi musica, e un siriano, pallido come la luna. Gioca un po’ scoordinato, col fiatone. Chiaramente lo piazzano in difesa come succedeva alle medie a quelli scarsi che si ostinavano a presentarsi al campetto, nonostante la frustrazione di non riuscire mai a segnare un goal. Per fortuna, o per destino, è capitato nella squadra che risulterà vincitrice del torneo, alla faccia dei suoi compagni di casa africani che hanno sputato l’anima in campo e sono usciti sconfitti.
Mangiamo insieme al sacrosanto buffet post partita e attendiamo pazientemente i musicisti, ancora al sound check. Con le altre operatrici, ogni tanto lanciamo un’occhiata al siriano. “È cotto”, “A momenti crolla”, “Chi glielo dice agli altri che ci tocca tornare a casa?”.
E invece, quando finalmente comincia il concerto, lui balla come se non ci fosse un domani, sempre un po’ rigido rispetto agli altri, ma evidentemente divertito, felice.
Sono venuta accompagnata dalle mie due figlie e quando la minore cede alla stanchezza decido di rientrare.
Non ci sono abbastanza posti sui mezzi di servizio, quindi mi offro di portare a casa il siriano e un ragazzo somalo, la loro casa per me è di strada.
Dopo pochi minuti le figlie si addormentano e il somalo si mette al telefono, forse con la famiglia. Il siriano è davanti con me. È arrivato in progetto da un mese, parla discretamente l’italiano e ha tanta voglia di raccontare. È contento di avere vinto la medaglia al torneo. Vuole fare il barbiere.
Mi dice che si sente fortunato ad essere arrivato ad Ancona, che dove stava prima, a Venezia, nessuno si occupava di lui (rinuncio a spiegargli che alle prime accoglienze sono stati tolti i fondi, anche volendo è diventato quasi impossibile garantire un minimo di benessere agli ospiti), che qui si sente a casa. Nel tragitto verso Montemarciano mi racconta della Siria distrutta, della sua famiglia e dei suoi lutti. Della notte in cui era a casa da solo, col fratello maggiore, dentista, e una bomba li ha centrati. Lui è sopravvissuto, il fratello no.
Non si dà pace perché non è riuscito a soccorrerlo, paralizzato dal terrore. È salvo perché la vicina di casa, ottantenne, ha chiamato aiuto.
«Non ho fatto niente per lui. Non sono riuscito a fare niente».
Goffamente, provo a tranquillizzarlo: «Non è colpa tua, la colpa è della guerra».
«Hai ragione. La guerra non è niente di buono, serve solo a distruggere».
Ci conosciamo da meno di un mese, non abbiamo mai parlato così a lungo. Siamo nella mia auto, di notte, di ritorno da una serata che, se non fosse per le minori a bordo, potrebbe assomigliare ad un’uscita tra amici. La mia esperienza di vita non è in nessun modo paragonabile a quella di questo sconosciuto. Il senso del lavoro che faccio è precisamente questo. Permettere di riconoscerci tra umani, di condividere due calci ad un pallone, un ballo, un pezzo di vita. Provare insieme a ricostruire qualcosa che abbia valore: un lavoro, una casa, la dignità dell’indipendenza economica. Ricomporre un frammento di quello che l’assurdità del conflitto fra potenti ha distrutto. Trovare un fine comune nell’incontro fra mondi lontani.
Questo, nonostante la fatica quotidiana, le molte frustrazioni e le rare soddisfazioni, lo rende ancora il lavoro più bello del mondo.
Elena Starna
Elena Starna è nata a Senigallia nel 1984, ha studiato, lavorato e procreato a Ravenna. Lì ha iniziato una sfolgorante carriera da operatrice sociale, dalla strada (in senso stretto, con le prostitute) allo Sprar (purtroppo non si chiama più così). Da sette anni è tornata in patria e da sei coordina una porzione del Progetto SAI "Ancona Provincia d'Asilo" sul territorio di Falconara e di Osimo. Ama il calcio e le connessioni improbabili fra mondi diversi, che annullano le distanze tra "noi" e "loro".