27/09/2024

Sanità pubblica e privata: proviamo a capirci un po’ di più


Oggi parliamo di “pubblico” e di “privato” in sanità, un tema reso sempre più attuale dal fatto che mentre in teoria la salute è un diritto per tutti i cittadini, a prescindere da dove vivano, dal reddito e da qualunque altra caratteristica personale, nei fatti i cittadini le prestazioni sanitarie sempre più spesso se le debbono pagare, ammesso che se lo possano permettere. 

Partiamo dal fare chiarezza sui termini “pubblico” e “privato” in sanità. Se parliamo di strutture e servizi, noi abbiamo un’unica sanità pubblica, quella del Servizio Sanitario Nazionale, fatta da una componente pubblica e una componente privata.  La componente pubblica è quella delle strutture gestite dalle Aziende Sanitarie e Ospedaliere (che nel caso di Ancona vanno da Torrette a quello che continuiamo chissà perché a chiamare “il Crass”) e una componente privata (cioè le strutture “convenzionate”, termine che usiamo per comodità anche se non propriamente corretto, che vanno da Villa Igea ai tanti laboratori privati). Se parliamo invece dei consumi di prestazioni sanitarie, questi sono pubblici se li “passa” il Servizio Sanitario Nazionale (o attraverso le strutture pubbliche o quelle convenzionate) e sono privati se i cittadini pagano di tasca propria le prestazioni direttamente o tramite una assicurazione personale (qui oggi non parliamo di quelle forme di assistenza privata che passano attraverso i contratti di lavoro). E qui viene fuori il bello (o il brutto a seconda dei punti di vista) e il complicato: le strutture sanitarie private convenzionate danno anche prestazioni pubbliche e quelle pubbliche danno anche prestazioni private. Facciamo un esempio: se hai bisogno di un intervento ortopedico puoi andare a Torrette o a Villa Igea e usufruirne dal Servizio Sanitario Nazionale (ancora qualcuno dice che “te lo passa la mutua”) e quindi per te cittadino cambia poco, purchè l’intervento venga fatto presto e bene. Diamo per scontato che venga fatto “bene”, rimane ed è sempre più drammatico il problema del “presto”. E’ questo secondo problema, quello delle liste di attesa, che sta facendo crescere sempre di più la spesa privata che grava sulle tue tasche, sempre ammesso che dentro le tasche tu abbia abbastanza per pagare o fare l’assicurazione. Se hai bisogno di un esame, di una visita  o di un intervento lo vuoi dalla sanità pubblica in tempi ragionevoli altrimenti ti tocca andare dal privato. Uno si chiede: ma allora perché non facciamo lavorare di più le strutture pubbliche e private? Perché le prime sono poco finanziate e spesso sono mal gestite, le seconde hanno dei tetti di produzione imposti dal sistema pubblico. Risultato: stiamo rischiando di “americanizzare” la nostra sanità.

Ma non sarebbe meglio se tutta la sanità fosse direttamente ed esclusivamente gestita dallo Stato e quindi dal Servizio Sanitario Nazionale? Chi risponde subito sì a questa domanda di solito fa questo ragionamento: per definizione il privato che lavora per il pubblico (case di cura, residenze, ambulatori, ecc.) con la sanità ci guadagna e quindi il suo guadagno teniamocelo noi e trasformiamolo in servizi. D’altra parte dobbiamo tenere conto di alcune considerazioni a favore di un ruolo del privato convenzionato come il fatto che in molti settori il privato è molto presente perché in quei settori il pubblico è molto assente, come nel caso di tutte le tipologie di attività residenziale, da quelle per anziani a quelle nell’area della disabilità, della salute mentale e delle dipendenze patologiche. E poi  nel privato rientra anche il cosiddetto privato sociale (che comprende ad esempio varie tipologie di cooperative) che a volte viene anche definito non profit proprio perché la sua attività non dovrebbero generare profitti, perché quelli eventuali vengono subito reinvestiti. Quindi, ricapitolando, il privato per definizione con l’attività che fa per la sanità pubblica cerca di guadagnarci, ma questo non vale necessariamente allo stesso modo per tutti (privato sociale) e per tutti settori. Inoltre sta al pubblico orientarne l’attività e definirne i limiti economici. Quindi il privato non è il “male” così come ovviamente non è il “bene”.

E adesso vediamo il servizio sanitario nella sua componente pubblica. A guadagnarci anche qui sono in tanti, forse troppi. Ci guadagna innanzitutto la politica in termini di consensi, quindi di potere (con quel che ne consegue: carriere, favori e prebende). Ma a guadagnarci sono anche i produttori e distributori di farmaci, dispositivi medici e tecnologie, i fornitori di servizi appaltati (manutenzione, tecnologie, lavanderia, vitto, sterilizzazione, pulizie, ecc.), per arrivare fino ai dirigenti che operano in libera professione, alcuni dirigenti amministrativi che fatturano più del loro direttore generale, e infine il direttore generale stesso.

E allora? Allora in sanità il rapporto col “privato” va contenuto, certo, ma soprattutto bisogna saperlo gestire, e il “pubblico” va gestito meglio, molto meglio. Serve innanzitutto da una classe politica più responsabile e meno cinica, capace di scegliere un apparato direzionale e dirigenziale più autonomo, e capace di riappassionare i professionisti alla sanità pubblica. Inutile dire che questa classe politica oggi quasi non esiste più e va ricreata a partire da una nuova cultura e da nuove persone.



Claudio Maffei
Claudio Maffei

Medico in pensione con una lunga esperienza di Direzione Sanitaria dopo un decennio di lavoro all’Università.
Si occupa tuttora di politica sanitaria su cui pubblica contributi in varie testate nazionali e regionali.
Ama la sua città e vorrebbe contribuire a migliorarla.


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