10/10/2025

Se in alto mare comanda il più forte, il diritto muore


L’alto mare è davvero così libero? Questo dice la Convenzione di Montegobay, difatti, nessuno può rivendicarlo come proprio possesso. Ma questa norma, come gran parte del diritto internazionale, vale soltanto per chi non ha potere di imporre con la forza la propria versione dei confini. Ad insegnarlo sono le vicende delle ultime ore che interessano la Sumud Flotilla. Dimostrandoci che non è solo una missione politica e umanitaria: è la dimostrazione pratica che il diritto internazionale è morto, strangolato dai cannoni, dai radar e dalle zone grigie create a regola d’arte.

La UNCLOS stabilisce regole chiare: 12 miglia nautiche di acque territoriali, fino a 200 miglia di Zona Economica Esclusiva con diritti limitati e, soprattutto, la libertà assoluta di transito oltre tali limiti.
Israele non ha nemmeno ratificato la Convenzione, ma impone un blocco a Gaza che si estende ben oltre le 12 miglia, controllando di fatto un tratto di mare che non gli appartiene. Il blocco non è solo politico: secondo il Sanremo Manual, un blocco che impedisce beni essenziali ai civili è illegale. Nondimeno, La convenzione di Ginevra del 1943 vieta le punizioni collettive. È difficile immaginare esempio più evidente di punizione collettiva di un assedio che nega a un intero popolo la libertà di movimento e di accesso alle risorse. È evidente che la storia non insegna. Non è la prima volta che le acque territoriali diventano un terreno di appropriazione. La Libia di Gheddafi dichiarò un’estensione a 74 miglia nautiche nel Golfo della Sirte: il mondo intero gridò all’illegalità, denunciando un “excessive maritime claim” senza base giuridica.

Di contro, negli ultimi anni, quando l’India si arroga giurisdizione su una petroliera italiana in alto mare (Enrica Lexie, 2012, la famosa vicenda dei Marò), o quando Israele dichiara illegali i movimenti civili ben oltre le 12 miglia, la comunità internazionale tace. La differenza è semplice: Gheddafi era un nemico, Israele e l’India sono partner strategici. Il risultato è un paradosso: lo stesso comportamento che in un caso veniva bollato come pirateria statale, in un altro viene normalizzato. Perché in mare il diritto non decide, negozia.

Il Mediterraneo, laboratorio di questo stravolgimento, è oggi uno spazio senza vero alto mare: ogni rotta è sorvegliata, pattugliata, contesa. Ogni miglio è sotto controllo di qualcuno: Frontex, NATO, guardie costiere libiche finanziate dall’Europa o droni Israeliani. Le acque “internazionali” sono state sostituite da un mosaico di zone grigie giuridiche dove vale soltanto la legge della forza. Ed è in questo contesto, che la Sumud Flotilla assume un significato più grande: non solo un atto di solidarietà verso Gaza, ma la rivendicazione simbolica della libertà dei mari come bene comune dell’umanità.
Il diritto internazionale del mare non è morto di vecchiaia: è stato assassinato da chi aveva la forza di piegarlo. Dal Golfo della Sirte di Gheddafi alle acque di Gaza, dal caso Lexie alle ZEE manipolate a piacimento, la regola è sempre la stessa: chi ha potenza navale decide dove finisce la sovranità e dove inizia la libertà. Per questo, la Sumud Flotilla non è solo un viaggio politico: è un atto di resistenza giuridica. In un mondo in cui i trattati valgono meno dei missili, solo i civili che osano attraversare quei confini possono restituire dignità al mare come spazio di libertà.
Ma quindi chi possiede il mare? La Sumud risponde con la geopolitica dal basso. Perché chi prende il largo con una barca civile compie il più grande atto giuridico e umanitario di questi tempi. Chi osa attraversalo non viola la legge, la resuscita.



Sara Ragni
Sara Ragni

Laureanda in Giurisprudenza presso l’Università di Macerata, con un particolare interesse per il diritto internazionale e il diritto penale. Attualmente praticante avvocato presso il foro di Ancona. Originaria di Ancona, ha un forte interesse per il pensiero critico, considerato fondamentale per affrontare le sfide della società contemporanea e per approfondire le questioni giuridiche a livello endemico.


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