Tra costa ed entroterra: come cambia il comportamento elettorale nelle Marche
Per decenni le Marche sono state considerate una delle roccaforti della cosiddetta “zona rossa” italiana. Un’espressione che non ha nulla a che vedere con la pandemia, ma che indica un’area del Paese caratterizzata da una forte stabilità elettorale e da un orientamento del voto tradizionalmente favorevole ai partiti di centrosinistra. Per decenni nelle Marche il voto sembrava seguire un copione già noto.
Negli ultimi anni, però, questo assetto ha iniziato a mostrare crepe sempre più evidenti. Il passaggio più chiaro è arrivato nel 2020, con l’elezione di Francesco Acquaroli alla guida della regione, poi confermata anche nelle elezioni del 2025 al termine di un confronto diretto con Matteo Ricci.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: che cosa è cambiato nel comportamento elettorale dei marchigiani? Una domanda che, in realtà, non riguarda solo le Marche, ma si inserisce in trasformazioni più ampie che hanno interessato l’intero Paese. Negli ultimi anni, infatti, gli orientamenti degli elettori italiani si sono modificati in modo significativo. La crescita di Fratelli d’Italia, guidato da Giorgia Meloni, è uno degli esempi più evidenti di questo processo.
Proprio per questo, il caso delle Marche è particolarmente interessante. In un contesto a lungo stabile e prevedibile, diventa importante capire se negli ultimi anni siano cambiati alcuni fattori in grado di influenzare le scelte degli elettori.
Più che chiedersi semplicemente cosa sia cambiato, quindi, la vera questione è un’altra: esistono fattori specifici che incidono sulle scelte di voto?
Per provare a rispondere, è stato realizzato uno studio basato su dati concreti, andando oltre il dibattito politico quotidiano. L’analisi si concentra sui comuni marchigiani e mette in relazione i risultati elettorali con alcune caratteristiche dei territori. L’idea di fondo è semplice: il voto non nasce nel vuoto. Le preferenze politiche si costruiscono un pezzetto alla volta, sotto l’influenza di tanti fattori: alcuni saltano subito all’occhio, altri invece scavano più in profondità e sono legati all’anima dei nostri territori. Studiare queste relazioni non significa voler mettere il voto ‘in gabbia’ o ridurlo a una fredda formula matematica, ma cercare di capire quali forze stanno cambiando la pelle della regione.
Per iniziare, è utile osservare come si distribuisce il voto tra Ricci e Acquaroli nei comuni delle Marche, per vedere subito come emerge la dimensione territoriale del fenomeno. La mappa che segue, costruita a partire dai dati delle elezioni regionali del 2025 messi a disposizione da Eligendo, offre una prima chiave di lettura chiara e immediata.

Basta uno sguardo per cogliere le prime differenze. Le aree tendenti al bianco indicano i comuni in cui prevale Ricci, mentre le tonalità più blu segnalano i territori in cui è Acquaroli a ottenere la maggioranza dei voti. Nel complesso, emerge un quadro piuttosto netto: nella maggior parte della regione il vantaggio è di Francesco Acquaroli, soprattutto nelle aree interne. Al contrario, i risultati migliori di Matteo Ricci, pur con alcune eccezioni anche nell’entroterra, si concentrano soprattutto lungo la fascia costiera. Il consenso, quindi, non si distribuisce in modo uniforme, ma sembra seguire una precisa geografia territoriale. La cartina lo mostra con immediatezza, ma allo stesso tempo suggerisce una domanda inevitabile: da cosa nascono queste differenze?
Per capirlo, è necessario andare oltre l’immagine e guardare più da vicino i dati. L’analisi si sposta così sulle caratteristiche dei diversi comuni, cercando di individuare alcuni fattori che possano contribuire a spiegare queste variazioni. In particolare, l’attenzione si concentra su tre dimensioni: il livello di reddito, la densità abitativa e la presenza di popolazione straniera.
Da dove partire, allora? Dal reddito.
È uno dei primi indizi da osservare quando si cerca di capire come e perché cambia il voto. Per farlo, sono stati utilizzati i dati sulle dichiarazioni IRPEF a livello comunale, messi a disposizione dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. L’idea è semplice: le condizioni economiche influenzano ciò che le persone chiedono alla politica. Dove i redditi sono più bassi, pesano di più lavoro, sostegno pubblico e sicurezza economica. Dove invece si sta meglio, entrano in gioco altri temi: servizi, sviluppo, qualità della vita. Ma non è solo una questione di bisogni. Cambia anche lo sguardo. Nei contesti più solidi si tende a ragionare con più distanza, pensando al lungo periodo. Dove le risorse sono più limitate, invece, la politica resta qualcosa di molto concreto, legato all’immediato. Il reddito, quindi, non dice solo “quanto si guadagna”, ma anche come si guarda alla realtà.
Poi c’è un altro fattore: la densità abitativa. In altre parole, quanto sono grandi e quanto sono popolati i luoghi in cui si vive. I dati arrivano dalle statistiche ufficiali dell’ISTAT, integrate con le informazioni sulla superficie dei comuni. La domanda, anche qui, è diretta: vivere in una città o in un piccolo comune fa la differenza? Guardando le Marche, la risposta a colpo d’occhio sembrerebbe essere sì. Nelle aree interne, meno popolate, il consenso per Francesco Acquaroli è più forte. Sulla costa e nei centri più grandi, invece, Matteo Ricci ottiene risultati migliori.
La mappa che segue aiuta a visualizzare questa differenza.

Basta uno sguardo: i territori più popolosi si distinguono nettamente da quelli meno abitati. E con loro cambia anche il voto.
Nelle città, la politica è più visibile. Si vede nei servizi, nei trasporti, nella gestione degli spazi. È qualcosa che si tocca con mano ogni giorno. Per questo diventa anche più facile giudicare chi governa, soprattutto quando si tratta di un’amministrazione già alla prova del secondo mandato. Nei piccoli comuni, invece, il quadro cambia. Le priorità sono più immediate: lavoro, servizi essenziali, rischio di spopolamento. Il voto si muove più su questo terreno. E non è tutto. Le aree più urbanizzate sono spesso anche più istruite e più diversificate. Qui cresce l’attenzione per temi come diritti, servizi e qualità della vita. Nei centri più piccoli, invece, restano centrali le esigenze quotidiane. Insomma, il luogo in cui si vive conta. E può incidere anche nel modo di vedere la politica.
Infine, c’è un altro elemento che negli ultimi anni è entrato con sempre più forza nel dibattito: la presenza di cittadini stranieri. Anche in questo caso, i dati dell’ISTAT permettono di osservare come questa componente si distribuisce nei diversi comuni. È un tema che raramente lascia indifferenti. Quando si parla di immigrazione, infatti, emergono sensibilità diverse: c’è chi pone maggiore attenzione alla sicurezza e ai cambiamenti in atto, e chi invece ne sottolinea le opportunità, mettendo in evidenza il valore dell’integrazione e il contributo alla vita economica e sociale. Proprio per questo, la presenza di cittadini stranieri rappresenta un aspetto interessante da considerare. Più che avere un effetto univoco, riflette modi diversi di leggere la realtà e di interpretare le trasformazioni in corso.
A questo punto, però, guardare le mappe non basta più. È un po’ come avere degli indizi: utili, ma non sufficienti per capire davvero cosa sta succedendo.
Per fare un passo in più, tutti questi fattori sono stati messi insieme e, utilizzando i dati disponibili, è stato costruito un unico modello statistico, nello specifico una regressione OLS (Ordinary Least Squares). Senza entrare troppo nei dettagli tecnici, l’idea è semplice: per ogni variabile il modello stima un numero, un coefficiente, che indica quanto quella variabile “spinge” il voto in una certa direzione, tenendo ferme tutte le altre variabili. Ad esempio, immaginiamo due comuni simili per tutte le altre caratteristiche, ma con livelli di reddito diversi. Se il coefficiente del reddito è positivo, significa che nel comune più ricco il voto tende a spostarsi verso Ricci. Il modello serve proprio a questo: capire l’effetto di ogni fattore preso singolarmente. Nella tabella che segue si possono osservare i risultati delle stime.

Come si vede, ci sono tre variabili principali: il reddito (ly), la densità abitativa (ldens) e la presenza di cittadini stranieri (lfore), oltre a una “costante” (const), che può essere pensata come un punto di partenza.
Ma come si legge una tabella così? In realtà, le cose importanti da guardare sono due. La prima sono i coefficienti. Possiamo immaginarli come delle frecce: ci dicono in che direzione si muove il voto quando cambia una variabile. In questo caso, per come è costruita la variabile del voto, un valore positivo spinge verso Ricci, mentre un valore negativo spinge verso Acquaroli. Più il numero è grande, più questa spinta è intensa.
La seconda cosa è il p-value, insieme alle stelline. Qui possiamo usare un’immagine molto semplice: è un po’ come seguire una persona nel deserto. Il coefficiente sono le impronte che lascia sulla sabbia, mentre il p-value ci dice quanto sono nitide e profonde; quindi, quanto possiamo essere sicuri che quella persona sia davvero passata di lì. Se le impronte fossero appena accennate, il vento potrebbe averle già confuse: è il caso delle variabili senza stelline, dove il risultato va preso con cautela. Se invece le impronte sono ben marcate e chiare, allora indicano una direzione precisa: è quello che succede quando compaiono tre stelline. In pratica, i coefficienti ci dicono cosa sembra succedere, mentre il p-value ci dice quanto possiamo fidarci di quel segnale. Più il p-value è basso, più è difficile che quel risultato sia dovuto al caso, e quindi più possiamo considerarlo solido. Facciamo un esempio concreto guardando il reddito. Dai risultati emerge che il coefficiente è positivo (0.341376) e quindi, a prima vista, sembrerebbe andare nella direzione di Ricci. Però c’è un problema: non ci sono stelline (0.2548). Questo significa che il risultato è incerto e non possiamo dire con sicurezza che il reddito abbia davvero un effetto.
Una possibile spiegazione è che il reddito giochi su più piani. In alcuni casi, difficoltà economiche possono spingere verso chi promette maggiore protezione; in altri, condizioni più stabili possono portare a dare più importanza a servizi, qualità della vita e prospettive future. Alla fine, queste spinte vanno in direzioni diverse e tendono a bilanciarsi, rendendo il risultato poco chiaro nei dati.
Diverso è il discorso per la densità abitativa. Qui il coefficiente è positivo (0.151207), quindi va nella direzione di Ricci, ed è coerente con quanto si vedeva già dalla cartina. Ma soprattutto, ci sono tre stelline (<0.0001 ***). Questo significa che il segnale è chiaro. Nei comuni più popolosi Ricci è più competitivo, mentre nei centri più piccoli Acquaroli è più forte. Non è solo una questione di numeri: nelle città la politica è più visibile, più discussa, più presente nella vita quotidiana; nei piccoli comuni, invece, pesano di più la continuità, il legame con il territorio e le esigenze immediate. È qui che la differenza tra costa ed entroterra smette di essere solo geografica e diventa un modo diverso di vivere la politica. Infine, la presenza di cittadini stranieri. In questo caso il coefficiente è negativo (−0.0871583), quindi sembrerebbe andare nella direzione di Acquaroli. Ma anche qui non ci sono stelline (0.2715) e il risultato non è abbastanza forte per essere considerato affidabile. Anche in questo caso possono esserci letture diverse. In alcuni territori una maggiore presenza può essere percepita con preoccupazione, in altri è vista come una realtà ormai integrata. Queste interpretazioni opposte tendono a compensarsi e nei dati non emerge una direzione netta.
Mettendo insieme tutti i risultati, il quadro che emerge è abbastanza chiaro. Tra i fattori considerati, è soprattutto la densità abitativa a fare davvero la differenza. Il voto, nelle Marche, sembra seguire una linea precisa: nei centri più popolosi Ricci è più competitivo, mentre nei comuni più piccoli e nelle aree interne Acquaroli consolida il proprio vantaggio. Il reddito e la presenza di cittadini stranieri non mostrano invece effetti altrettanto definiti. Questo non implica che siano irrilevanti, ma suggerisce che le loro influenze si distribuiscono in modo più articolato, senza tradursi in una direzione univoca nei dati. Il punto centrale è che il comportamento elettorale non evolve in modo isolato, ma insieme ai contesti in cui si sviluppa. Dove cambiano le condizioni di vita, cambiano anche le priorità e, con esse, il modo di interpretare la politica. E forse è proprio qui la chiave più interessante. Più che uno spostamento improvviso, emerge una linea silenziosa ma profonda, che attraversa la regione. È la differenza tra luoghi che crescono e si trasformano e altri che faticano a tenere il passo; tra spazi in cui la politica si vede ogni giorno e altri in cui resta legata alla sicurezza del presente.
Comprendere queste dinamiche non significa soltanto interpretare un risultato elettorale, ma cogliere i segnali di cambiamento che attraversano la società nel suo complesso. Ed è proprio in queste trasformazioni, spesso silenziose ma persistenti, che si gioca una parte rilevante dell’evoluzione politica del Paese.
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Foto di copertina di Francesco Ungaro su Unsplash
Giacomo Liguori
Mi sono laureato in Economia e Commercio presso l’Università Politecnica delle Marche e attualmente frequento la Laurea Magistrale in Data Science for Economics, Business and Finance, sempre presso lo stesso ateneo. Mi appassionano la statistica, i dati e le metodologie quantitative, e mi piace lavorare con i dati per capire cosa raccontano. Nel tempo libero mi piace mettermi alla prova con giochi come poker e scacchi, con più entusiasmo che talento.