Tutela del Conero/2: che costa vogliamo tra 10 anni?
Nel precedente articolo ho provato a spiegare perché le microzone sperimentali di tutela, se presentate come alternativa all’Area Marina Protetta (AMP) del Conero, non siano una vera soluzione. E anzi, se create senza una forte motivazione scientifica a supporto, potrebbero anche produrre, nel lungo periodo, un effetto negativo dal punto di vista della comunicazione. Ad ogni modo, ora vorrei spostare il fuoco su una domanda più ampia, che riguarda la costa nel suo complesso, l’accesso, la giustizia ambientale e il modo in cui scegliamo di usare i beni comuni.
Che costa vogliamo tra dieci anni?
L’Italia è tra i paesi europei in cui la spiaggia libera è più compressa da concessioni, stabilimenti e usi privati del demanio che occupano, di fatto, circa l’80% della costa accessibile. E il punto non è solo quanto spazio pubblico viene concesso, ma anche a quali condizioni. Le tabelle dei canoni demaniali 2025 indicano, per le concessioni turistico-ricreative, valori nell’ordine di pochi euro al metro quadro all’anno: 3,30 €/m²/anno per area scoperta in categoria A, 5,50 €/m²/anno per impianti di facile rimozione e 7,33 €/m²/anno per impianti di difficile rimozione; il canone minimo annuo è di 3.204,53 euro, o 3.524,99 euro nei casi in cui si applica l’aumento previsto dal 1° aprile 2025. Tradotto al mese, parliamo di circa 0,28–0,61 €/m². Anche senza entrare in confronti puntuali con il mercato immobiliare, questi numeri bastano a porre una questione politica: qual è il ritorno collettivo dell’uso privato di un bene pubblico costiero? E quanto costa, alla collettività, difendere quella stessa costa quando erosione, mareggiate e crisi climatica la rendono sempre più fragile? E di questa costa, quanta poi è nella reale disponibilità di cittadini e cittadine?

Ho fatto una stima preliminare su Google Earth lungo il litorale del Conero, nei comuni di Ancona, Sirolo e Numana. È una stima semplice, su base lineare: non misura la superficie reale delle spiagge, non distingue la qualità degli accessi ( ad esempio stradello, scale, oppure facile accesso), ma guarda alla lunghezza dei tratti di costa potenzialmente liberi e accessibili. Ci serve solo per fare un ragionamento.
Su circa 31.398 metri di litorale considerato, i tratti liberi e accessibili risultano circa 5.558 metri: meno del 18%. E questo senza considerare che alcuni di questi tratti sono oggi interdetti da ordinanze per ragioni di sicurezza e che non sembra esserci volontà di porre rimedio alla situazione, nonostante l’impegno delle associazioni ambientaliste del territorio e del loro rappresentante nel direttivo dell’Ente Parco Regionale del Conero, che con continuità chiedono una soluzione.
Chiaro, è un dato stimato in modo grossolano, ma dà comunque la misura di questo problema molto concreto, e cioè che lungo il Conero, per molte persone, il mare esiste ma non è disponibile. O perché lo spazio è occupato da stabilimenti, ristoranti, concessioni e usi privati. O perché l’accesso è fisicamente difficile. O perché alcuni tratti liberi non sono messi in sicurezza, attrezzati o resi davvero fruibili. Quindi il punto qui è capire quante persone hanno davvero accesso alla costa nel tratto della Riviera del Conero.
Lo dico senza alcuna ostilità verso gli stabilimenti balneari, le grotte o la nautica. Gli stabilimenti fanno parte della storia estiva di molte persone, anche della mia: da bambina averne uno era il mio sogno, per il semplice fatto -nel modo di ragionare di una bambina- di poter passare così tanto tempo in spiaggia. Passavo intere giornate al mare, dall’alba al tramonto, con il surf e poi il sup già nel 2010, giocando a carte o facendo le parole crociate con gli amici per ore, schiacciando pisolini. Insomma, lo sapete. Anche le grotte sono luoghi di comunità, aggregazione, memoria e identità. La barca può essere un modo bellissimo di vivere il mare, cercare silenzio, distanza, pace. E senza ipocrisia, se avessi una grotta o una barca, li userei senza disperazione.
Il problema nasce dallo squilibrio che si crea quando tutta la pianificazione, tutte le risorse e tutta l’attenzione pubblica sembrano orientarsi praticamente solo verso alcune forme di fruizione, lasciando ai margini chi non può o non vuole accedervi. Per chi stiamo progettando la costa? Solo per chi può permettersi di possedere qualcosa, o anche per chi non ha questa possibilità, ma vive qui e avrebbe semplicemente diritto ad andare al mare, respirare, trovare un po’ di fresco, attraversare uno spazio pubblico senza dover pagare o infilarsi nella calca?
In un tempo di estati sempre più calde, il mare non è più soltanto una questione di villeggiatura e di tintarella, purtroppo è diventato anche essenziale per la salute fisica e mentale, per avere un pò di sollievo dal caldo estremo in uno spazio all’aperto, per sfuggire alla frenesia del lavoro e del caos della città. Per questo è legittimo chiedersi anche perché si continui a occupare suolo pubblico per fare altri parcheggi a pagamento verso il mare, se poi quelle risorse non tornano in modo visibile alle poche spiagge libere e accessibili. Perché non vengono riconvertiti in bagni pubblici, acqua potabile, accessi sicuri, percorsi ombreggiati, manutenzione, informazione, presidi minimi di cura nelle spiagge libere?

Anche il recente caso del cartello apparso nei pressi del PosaPark, denunciato su Facebook dal consigliere di minoranza Andrea Vecchi, che presumibilmente vieterebbe l’introduzione di cibi e bevande dall’esterno nel parco (illegittimo, giusto?) va letto dentro la stessa domanda. A me sembra che qui il problema sia anche una questione di democrazia.
Molte regioni, comprese le Marche, continuano a investire soldi pubblici in opere rigide ed emerse “a difesa” della costa, spesso per proteggere infrastrutture, attività turistiche e stabilimenti già esposti all’erosione -e che continuano ad aprire ottenendo nuove concessioni, mentre in molti Paesi europei (azzardo, forse più all’avanguardia) si stanno applicando leggi già in essere che vanno nella direzione opposta. Ma se la risposta alla crisi costiera è soltanto costruire nuove barriere, proteggere le strutture esistenti a ogni costo e aumentare la pressione turistica -senza al contempo programmare politiche di adattamento ai cambiamenti climatici, incluse le Aree Marine Protette- che costa pensiamo di avere tra dieci anni?
Possiamo continuare a generare risposte immediate alle emergenze e agli interessi puntuali, oppure possiamo usare la crisi costiera per ripensare il rapporto tra tutela, accesso pubblico, economia del mare e responsabilità collettiva.
Questo ragionamento non riguarda solo la spiaggia. Negli ultimi giorni, infatti, è tornata al centro del dibattito la vicenda dei sentieri lungo la falesia del Conero, in particolare riguardo gli accessi interdetti, i confini tra proprietà private e fruizione pubblica, e la difficoltà di garantire sicurezza senza rinunciare al diritto collettivo di vivere il territorio. Come riportato dalla stampa locale, il tema riguarda anche interventi edilizi in aree delicate dal punto di vista geomorfologico interne al Parco.
Sono questioni che vanno avanti da tempo purtroppo, non è un problema che si può “risolvere” una volta per tutte. Parliamo di una falesia attiva, un sistema naturale in continua evoluzione, modellato dal moto ondoso e destinato ad arretrare nel tempo. A questa dinamica naturale si sommano fattori che ne aumentano la vulnerabilità, come l’urbanizzazione della fascia costiera, le piogge intense, l’infiltrazione dell’acqua nelle fratture della roccia, l’innalzamento del livello del mare e così via.
Ma la “messa in sicurezza” si fa con i divieti? Vietare può essere necessario e quando c’è un pericolo bisogna attivare questo tipo di misura. Ma se il divieto diventa l’unica risposta permanente, senza una progettazione, senza manutenzione, monitoraggio, un piano di adattamento e un confronto pubblico, allora hanno ragione le associazioni del settore a dire che si sta governando il territorio in modo difensivo, scegliendo la strada più semplice ma anche la più povera di visione e contraddittoria (tutta questa pubblicità al Conero per attrarre turisti che poi non possono scendere in spiaggia perché le vie di accesso sono pericolose e interdette?). Inoltre, il rischio che le persone, per poter andare al in una spiaggia libera in cui si è in meno di 10 persone per metro quadro, percorrano sentieri interdetti, non fa che aumentare. Regole, limiti o interventi servono di sicuro, ma questi strumenti rispondono a una visione pubblica e di lungo periodo? Ad esempio, investire milioni nell’arretramento degli stabilimenti e dei ristoranti di Portonovo, senza prevedere un ripensamento delle strutture, ha senso? In 20-30 anni ci ritroveremmo probabilmente “da punto e a capo”, con un sacco di soldi spesi, parte delle aree protette distrutte (ricordiamo che tutta l’area dei laghi di Portonovo sono Siti di Interesse Comunitario protetti per legge da normativa europea) e lo stesso problema da risolvere.
Recentemente, in Spagna, ho visitato una delle AMP più note per la sua gestione efficace. Quando il direttore del Parco del Conero ha mostrato ai colleghi spagnoli alcune immagini della nostra costa, la loro reazione è stata quasi di incredulità. Li ha colpiti la quantità di spazio pubblico privatizzato in modo permanente perché, per chi viene da un altro modello di gestione, è difficile comprendere come l’accesso alla spiaggia possa essere condizionato da usi privati fino a questo punto. In Spagna le spiagge sono considerate beni di dominio pubblico marittimo-terrestre, per cui l’uso comune del mare e della sua riva è libero, pubblico e gratuito, mentre gli usi più intensi o economicamente rilevanti possono essere autorizzati o concessi solo entro regole precise (Ley de Costas). La Spagna ha i suoi problemi, certo. Ma su questa questione l’idea di partenza è diversa: si investe in servizi, senza trasformare la spiaggia in una successione di proprietà di fatto. Il risultato, almeno nei contesti visitati, è un uso più equilibrato dello spazio pubblico, meno pressione infrastrutturale, meno opere invasive e una fruizione più simile a un diritto collettivo che a un privilegio a pagamento. Questo approccio non ha allontanato il turismo: nel 2025 il Paese ha registrato quasi 97 milioni di turisti internazionali e oltre 134 miliardi di euro di spesa turistica.
Della visita in Spagna mi sono rimaste impresse anche altre due cose. La prima è il ruolo assunto dalla Regione, ente deputato a istituire riserve, deliberare restrizioni, approvare regolamenti. Abbiamo incontrato María Monteagudo Albar, dirigente del Servicio de Espacios Naturales Protegidos della Regione di Murcia, la quale ci ha spiegato che, anche quando esistono scetticismi locali, l’amministrazione procede seguendo la normativa e le direttive europee e nazionali, sia per evitare conseguenze giuridiche, sia come assunzione di responsabilità pubblica. Il processo partecipativo è sempre incentivato, ma gli interessi puntuali e le questioni ideologiche non fermano l’applicazione delle leggi.
La seconda è la memoria dei conflitti iniziali. Nei primi anni ‘90, quando si lavorava alla prima area marina protetta della regione di Murcia, il ricercatore che ne sosteneva l’istituzione subì aggressioni e intimidazioni pesanti. Oggi quella stessa regione ha due aree marine protette, in una delle quali è stato appena approvato un ampliamento della zona di massima tutela, e si prepara a istituirne una terza. Le categorie economiche e non economiche, comprese quelle che all’inizio erano più ostili, oggi ne riconoscono il valore e condividono la richiesta di aumentare le aree protette integrali. I conflitti esistono e non tutti i modelli sono automaticamente replicabili, ma gli scetticismi si placano quando le misure applicate funzionano, quando i dati e la gestione sono chiari ed efficaci, e quando la politica non si limita ad assecondare la paura del cambiamento o gli interessi di qualcuno.
Visione, competenze e risorse possono aiutarci ad affrontare la situazione. Visione significa ricordarsi che costa, mare, sentieri, paesaggio e biodiversità sono beni comuni, non si possono vendere al miglior offerente o difendere solo per qualcuno, ma sono un bene comune. Le competenze sul territorio non mancano: università, enti di ricerca, associazioni, tecnici e comunità locali hanno già prodotto dati, progetti ed esperienze utili. Ma senza una governance capace di coordinarle, queste energie restano frammentate. Servono poi risorse, e una buona gestione deve saperle cercare, intercettare e usare bene. Ogni anno, UnivPM e CNR-Irbim ottengono centinaia di migliaia di euro (addirittura milioni) perché partecipano a progetti nazionali, europei e globali. Sono risorse destinate al mare, e se ci fosse un ente di conservazione dedicato (l’AMP) sarebbe sicuramente destinatario di parte di queste risorse.
Le carte ci sono ma forse manca la scelta politica di trattare davvero il Conero come un bene comune di tutti. Basta scuse.
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Foto di copertina di Stefania Zagaglia su Unsplash
Agnese Riccardi
Agnese è dottoressa di ricerca in Biologia ed Ecologia Marina, ricercatrice post-doc presso il Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche e project manager per la Fondazione Worldrise ETS. Specializzata in scienze sociali marine, si occupa di progetti di conservazione e ripristino degli ambienti marini con una forte componente di coinvolgimento delle comunità locali.