09/05/2025

«Università più trasparente, mi candido a Rettore». Intervista al Prof. Riccardo Jack Lucchetti


Quella mattina il professor Lucchetti era a casa perché stava aspettando il tecnico della lavatrice. Dà un’occhiata al Corriere Adriatico e legge questo titolo: “Politecnica, l’accordo per il dopo Gregori: Quagliarini il rettore”. Poi all’interno dell’articolo: “Ai piani alti di Via Menicucci è stato raggiunto l’accordo: sarà Enrico Quagliarini il successore di Gian Luca Gregori alla guida dell’Università Politecnica delle Marche. È questo che emerge dopo settimane di serrati colloqui per arrivare alla data chiave di oggi, quando scadranno i termini per la presentazione delle candidature degli aspiranti rettori. Un volto condiviso e condivisibile, scelto per non disperdere il patrimonio di concordia e unità d’intenti che ha caratterizzato i sei anni di Gregori…”. Insomma, dando retta al giornale, tutto era stato già deciso nelle “segrete stanze”, peccato solo che la scelta del rettore dovrebbe essere un percorso democratico, una vera e propria elezione a cui hanno diritto di voto tutti i professori, i ricercatori, il personale, una rappresentanza di studenti.

Era già da qualche mese che Jack Lucchetti, con amici e colleghi, vagheggiava di candidarsi a fare il Rettore. Quelle cose che si dicono così, tanto per dire: “Se fossi sindaco…”, “Se fossi Ct della Nazionale…”. Solo che quell’articolo accende in lui qualcosa: «Ma dove siamo in Corea del Nord? Vogliamo conservare almeno un simulacro di democrazia? L’articolo diceva che c’era l’accordo di tutti. Ma tutti chi? A me non mi ha interpellato nessuno!».

Allora va a studiarsi il regolamento e legge che per candidarsi al ruolo di vertice dell’Ateneo serve un documento in corso di validità, un curriculum, un programma. Controlla che la sua Carta d’Identità non sia scaduta, aggiorna il cv, butta giù il programma che aveva già da tempo in testa e presenta la sua candidatura un’ora prima della chiusura dei termini. Poi ufficializza il tutto con un post su Facebook: “Vabbè, tanto ormai l’ho fatto, tanto vale che lo metta pure su FB. Mi sono candidato a rettore di UNIVPM”.

Riccardo Jack Lucchetti, 60 anni, Professore ad Economia, sfiderà il 5 giugno Enrico Quagliarini, 50 anni, professore a Ingegneria Civile. Si vota in modalità telematica, avranno diritto di voto 600 e passa professori e ricercatori, altrettanti impiegati (ma il loro voto pesa per il 15%), i rappresentanti degli studenti. Sono andato a trovare Jack Lucchetti a Villa Rey e lo trovo nel suo ufficio con indosso jeans e una maglietta con disegnato un contrabbasso (la sua grande passione) e la scrivania in subbuglio. Mi dice che ha appena incontrato il Rettore uscente, Gian Luca Gregori.

Che dice il Rettore di questa sua candidatura sul filo di lana?
«Mi ha detto che è molto contento»
Poi di cosa avete parlato?
«Dei problemi della Politecnica. I due principali: il taglio dei finanziamenti statali e la concorrenza delle università telematiche».
Il bilancio, una delle molle che l’ha spinta a candidarsi.
«Abbiamo subito un taglio pesantissimo da parte del Ministero e peggio verrà nei prossimi anni, ma quello che non mi va giù è che l’Ateneo ha reagito tagliando a sua volta asset che secondo me sono essenziali, ovvero la ricerca, anzi la ricerca a inizio carriera, dottorandi e assegnisti. Zac, via tutto, con conseguenze nefaste sulla qualità della didattica. E quel che è peggio, a mio avviso, si è agito senza la minima trasparenza, senza il minimo confronto, rendendo note le decisioni solo a cose fatte».
Lei nel suo programma ammette di non conoscere bene lo stato del bilancio e i numeri. Nelle campagne elettorali canoniche, un candidato non dovrebbe mai ammettere di non sapere qualcosa.
«L’ho fatto in primo luogo proprio per denunciare la scarsa trasparenza. Non abbiamo notizie perché non ci vengono fornite. E poi per ribadire che se toccherà a me governare, intendo farlo con il massimo della condivisione, del confronto, della discussione».
Se è il Ministero a tagliare, il Rettore può fare poco…
«Ad esempio si può intervenire sulle tasse degli studenti, che oggi sono molto sotto al limite consentito dalla legge. È soprattutto nell’interesse degli studenti continuare ad avere la didattica di qualità che offre oggi l’Ateneo».
Poi parla di retorica mercatista. In che senso?
«Proprio questo. Il diritto allo studio non è il diritto di prendere un pezzo di carta spendibile con il minimo della fatica. E bisogna smetterla di pensare che il compito dell’università sia quello di formare buoni candidati per trovare lavoro. L’università è molto più di questo, è il luogo in cui si preparano nuove generazioni informate, colte, consapevoli, istruite, curiose. Non è che se le aziende chiedono programmatori Python tu devi per forza metterti a fare i corsi Python. Li fai se servono a formare la classe dirigente di domani, non perché servono ai datori di lavoro di oggi».
Il suo pensiero sulle Università private?
«Ovviamente le università private hanno tutto il diritto di esistere e ti dico di più, io faccio l’economista, i migliori dipartimenti italiani sono uno pubblico, Bologna, e uno privato, Bocconi. Ciò premesso, penso che l’università pubblica debba avere il primato sull’università privata dal punto di vista dell’attenzione dello Stato, proprio per il ruolo sociale di cui parlavamo prima, che ovviamente l’università privata non svolge perché non ha nessun interesse a farlo. Vuoi fondare un’università? Accomodati. Vuoi aprire un corso che costa 20mila euro l’anno per avere un titolo di studio fighissimo? Va bene. Oppure vuoi pacchetti di lezioni online che azzerano il confronto, lo scambio, i rapporti veri? Fai come ti pare, ma fallo con le tue gambe. Lo stato deve sostenere l’Università pubblica».
Un ateneo italiano a cui voler assomigliare.
«Ci sono in Italia atenei che funzionano, ci sono esempi a cui guardare, anche se non nascondo che dentro l’università italiana resiste una tradizione lugubre di personalismi, di poca trasparenza, di sotterfugi che invece all’estero non ho mai visto. Ecco, sarebbe il momento di ispirarsi più a quei modelli».
Una nostra fissa: Ancona e la sua Università non si frequentano, non si conoscono.
«Problema vero e grave. È certo che gli studenti non percepiscono Ancona come una città universitaria, la maggior parte delle persone che studia qui è composta da pendolari. Perché non attiriamo studenti da fuori? Eppure ti posso assicurare che la qualità della didattica che offriamo è di ottimo livello. Però Ancona è vista come una città periferica, poco attraente, poco vivace, e non parlo solo di locali per gli aperitivi, parlo di scena culturale. Abbiamo attivato un nuovo corso di economia in lingua inglese, ci sono state 150 iscrizioni il primo anno, metà italiani e metà stranieri, e quasi 300 il secondo anno. Ma per il prossimo anno avremmo già centinaia di prenotati. Il problema è che molti di questi non sanno dove andare a dormire, mi hanno detto che qualcuno è costretto a dormire per strada, in alloggi di fortuna, qualcuno mangia alla Caritas! Addirittura ho sentito la storia (non so se vera) di uno studente pakistano che si è visto rifiutare l’alloggio per il colore della pelle, vabbé speriamo si tratti di un caso isolato. Poi è un problema che si autoalimenta perché se manca l’offerta gli studenti scappano e se gli studenti scappano la città non ha interesse a preparare un’accoglienza adeguata».
Un Rettore cosa può farci?
«Deve fare il massimo per far capire che l’Università non è solo il posto in cui si viene a prendere il pezzo di carta, è un luogo in cui succedono cose interessanti. È un luogo in cui è importante esserci. Ma senti questa: il 23 maggio viene ad Ancona Daron Acemoglu, premio Nobel per l’economia nel 2024, a cui daremo una laurea Honoris Causa. Capisci bene, non uno qualunque. Hai letto la notizia da qualche parte? Certo non sul sito dell’Università. Perché accade questo? Non lo so, non voglio puntare il dito, ma credo che da tanti punti di vista si possa fare di più».
In conclusione: quante possibilità di vittoria sente di avere?
«Intanto era importante fare in modo che il funzionamento interno di questa università uscisse fuori dal cono d’ombra. Detto questo, spero di vincere le elezioni, non ho grandi chance, sono partito in forte ritardo rispetto al mio avversario, 10 giorni contro mesi e mesi, se dovessi fare un parallelo direi che io sono l’Inter ed Enrico è il Barcellona…»



Matteo Belluti

Matteo Belluti si occupa di comunicazione e scrittura creativa per conto di enti, aziende e associazioni.
Veglia su Ancona Rivista a Colori sin dal suo primo vagito.


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