28/02/2025

Casa delle Culture, il servizio pubblico che meritiamo e che il pubblico non sostiene. Intervista alla Presidente Emanuela Capomagi


«Spesso le persone che arrivano per la prima volta a Casa delle Culture pensano che il nostro sia un servizio messo a disposizione dal Comune. Questo dà un lato ci fa piacere, perché significa che negli anni siamo riusciti a strutturarci, dall’altro ci fa capire che soggetti come il nostro hanno ancora bisogno di essere raccontati e spiegati bene alla città». Così Emanuela Capomagi, presidente della Casa delle Culture di Vallemiano. E siccome noi vogliamo molto bene a questa struttura, ancora oggi in grado (tra mille difficoltà) di fornire al quartiere e alla città un servizio di pubblica utilità insostituibile, proviamo a farci spiegare dalla Presidente cos’è Casa delle Culture, come si alimenta, di cosa avrebbe bisogno.

Quindi, Emanuela, chiarito che non siete uno sportello comunale, allora cosa siete?
«Casa delle Culture è un’associazione attiva nel territorio di Vallemiano dal 2005 che offre all’interno del suo spazio una serie di servizi che ruotano intorno alla biblioteca, ma che spaziano tra vari generi e generazioni: si va dal doposcuola ai tornei di burraco, dal club del libro a laboratori artistici. I servizi non sono solo appannaggio dei soci, ma a tutti i cittadini, che possono venire da noi anche per incontrarsi, studiare, lavorare».

Uno spazio aperto a tutti. Ma con connotazioni politiche ben definite?
«Assolutamente no. C’era forse una connotazione che apparteneva alla prima fase, ma col tempo ci sono state molte trasformazioni, sono cambiate le associazioni che frequentano la Casa. Anzi, se fino a qualche tempo la mancanza di un’identità chiara e definita poteva essere letta come un limite, oggi penso che uno dei nostri punti di forza sia proprio la capacità di avvicinare tutti in modo trasversale e intergenerazionale. Essere non etichettabili dà modo alle persone di avvicinarsi, proporre attività, lasciarsi coinvolgere. Certo questo essere neutri non vuol dire essere neutrali, l’antifascismo e l’antirazzismo sono da sempre valori che hanno orientato il nostro operato»

È cambiato il modo di fare politica.
«Certamente è cambiato il senso di appartenenza. Le associazioni che fanno parte di Casa delle Culture sono esposte politicamente, rispetto però a determinati temi e non sulla base di un’adesione a partiti. È un cambiamento evidente, che riguarda soprattutto le nuove generazioni che vengono ad “abitare” da noi».

L’immobile che vi ospita a chi appartiene?
«Al Comune di Ancona. Al quale, in base ad una convenzione, paghiamo un affitto. Sono poi a nostro carico le utenze e tutti costi di manutenzione, sia ordinaria che straordinaria»

Alla faccia dello sportello comunale… e come si mantiene finanziariamente una struttura del genere?
«Gettando il cuore oltre l’ostacolo tutti i giorni. Il nostro è un sistema di funding mix particolarmente elaborato, ci sono le quote dei soci e i contributi volontari degli utilizzatori esterni dei nostri spazi, ma ciò non è sufficiente a coprire tutti i costi fissi. Siamo quindi alla ricerca spasmodica di bandi per poter finanziare le attività».

Una mano dal Comune sarebbe ben accetta.
«Eccome. Il sogno è riuscire a stipendiare una risorsa fissa che possa fungere da riferimento per tutti i volontari, per i cittadini del quartiere, per un’organizzazione interna che è sempre più complessa. Non è più pensabile gestire una struttura come questa solo ed esclusivamente sull’apporto di volontari. Per farti un esempio negli ultimi anni siamo riusciti a garantire un’apertura dello spazio per oltre 30 ore settimanali. Un contributo costante e continuo da parte del Comune, da mettere a sistema con le altre risorse che riusciamo ad intercettare, ci aiuterebbe a consolidare quello che stiamo facendo e forse a fare il salto di qualità necessario».

È cambiato qualcosa nel vostro rapporto con l’amministrazione comunale dopo la vittoria del centro-destra? Vi supporta a sufficienza?
«La situazione non è variata, è la stessa. In realtà non c’è mai stato un aiuto di tipo economico, anzi come dicevo noi paghiamo un affitto e a nostro carico competono tutte le spese di gestione. Secondo me c’è una difficoltà da parte dell’amministrazione di capire come concepire e sostenere realtà simili alla nostra, che stanno emergendo un po’ in tutte le città italiane, legate a processi di innovazione sociale, alla necessità di trovare risposte concrete a bisogni contemporanei. Casa delle Culture è garanzia di equità nell’accesso alla cultura e alla socialità, in una fase storica in cui come sappiamo i corpi intermedi sono venuti meno. Parliamo della necessità di offrire agli abitanti della nostra città uno “spazio terzo” diverso da quello della famiglia e del lavoro nel quale le persone possano incontrarsi, tessere relazioni, trovare soluzioni comuni ai nuovi problemi della quotidianità. Parliamo di una cultura popolare, dal basso, che le persone costruiscono insieme frequentando Casa delle Culture».

Tra i vari sistemi di finanziamento sperimentati c’è il crowdfunding, quello che vi ha permesso di attivare il sentiero “Direzione Parco” di cui si è tornato a parlare nei giorni scorsi.
«Per quel progetto i crowdfunding sono stati addirittura due. Il primo per portare a conoscenza di quel luogo, ripulirlo, restituirlo alla collettività. Il secondo più di carattere artistico per la realizzazione dei murales che danno un’identità riconoscibile al sentiero».

E si è tornato a parlare del sentiero perché dopo tanti sforzi oggi è chiuso.
«Sì, una parte è chiusa a causa di un cantiere, in corrispondenza della galleria sulla ferrovia. Lavori abbastanza importanti, a quanto pare».

Infatti il Comune alza le mani: il cantiere è delle Ferrovie di Stato.
«Ma il terreno è del Comune, ecco perché abbiamo chiesto delucidazioni sulle tempistiche. Non dimentichiamo che dall’anno scorso su quell’area è attivo un patto di collaborazione tra il Comune e il circolo di Legambiente Pungitopo, che è un nostro socio, proprio per la gestione del sentiero. Inoltre quello è il punto di accesso cittadino alla ciclovia che conduce al Conero. Credo insomma sia interesse del Comune incentivare, pressare, affinché i lavori finiscano presto e l’area torni pienamente fruibile».

Su A è in piedi da tempo una riflessione sul tema dei vuoti urbani. Casa delle Culture ha sede in un contesto di spazi dismessi, se non del tutto, quasi. I vari progetti per la riqualificazione del mattatoio restano nel cassetto, la situazione è di stasi totale.
«Non possiamo evitare di alzare lo sguardo e vedere il vuoto che ci circonda, anche perché viviamo in una città che ha fame di spazi. Da sempre cerchiamo di sollecitare una riflessione rispetto a questo tema. La scorsa estate, insieme a Sineglossa, abbiamo messe intorno a un tavolo una bella rete di soggetti, dall’Università agli ordini professionali, l’idea è quella di avviare un percorso metodologico sul tema della rigenerazione urbana in chiave ecologica e interdisciplinare, partendo dal caso dell’area dell’Ex-Mattatoio. In Italia ci sono ottimi esempi a cui ispirarsi. Continuiamo a costruire relazioni, devo dire che seppur molto lentamente, qualcosa si muove. Poi, come sempre, ecco che servirebbe la spinta pubblica, la sensazione è che manca, oggi come ieri, l’interesse politico di valorizzare questa area».



Matteo Belluti

Matteo Belluti si occupa di comunicazione e scrittura creativa per conto di enti, aziende e associazioni.
Veglia su Ancona Rivista a Colori sin dal suo primo vagito.


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