La politica che progetta: da città grigia a città per grigi
La politica locale vive da anni una trasformazione profonda, spesso non dichiarata ma evidente nei suoi effetti. Non è più soltanto luogo di elaborazione e indirizzo, ma sempre più frequentemente spazio di gestione dell’ordinario. La città viene descritta e affrontata come un insieme di problemi puntuali; la politica si organizza per rispondervi, con efficacia operativa ma con una capacità sempre più ridotta di indicare una direzione. Sul punto, partendo da una riflessione di Andrea Nobili, si sono già espressi sulla nostra rivista Fabrizio Del Gobbo, Andrea Raschia, Ezio Gabrielli, Carlo Raccosta, Massimo Pacetti. Il dibattito si arricchisce della riflessione di Andrea Biekar, commercialista da sempre impegnato nella vita pubblica.
L’evoluzione della città non è il risultato di una scelta ma l’esito di un mutamento strutturale del contesto: vincoli di bilancio sempre più stringenti, risorse limitate, crescente complessità dei fenomeni urbani e pressione continua del consenso nel tempo reale. In questo quadro la politica ha progressivamente adattato i propri strumenti, riducendo l’orizzonte temporale delle decisioni e privilegiando la risposta immediata. Per comprendere appieno questa trasformazione occorre partire da un elemento decisivo: la fine del paradigma dell’abbondanza. Per lungo tempo l’azione pubblica è stata concepita all’interno di uno scenario caratterizzato da una disponibilità di risorse senza limiti percepiti, da una crescita economica considerata strutturale e da una possibilità diffusa di ricorso al debito. In quel contesto era possibile progettare interventi ampi, spesso ambiziosi, senza affrontare fino in fondo il tema della sostenibilità nel tempo.
Questo scenario è ormai definitivamente superato. Oggi le politiche pubbliche operano all’interno di vincoli strutturali che impongono selezione, priorità e responsabilità. Tuttavia, il passaggio dal paradigma espansivo a quello vincolato non ha prodotto un nuovo modello di progettazione: ha invece generato una contrazione della capacità di immaginare. Venuta meno l’illusione dell’illimitatezza, è progressivamente venuta meno anche la propensione a costruire visioni. La politica ha smesso di promettere l’impossibile, ma anziché trasformarsi si è ritratta: dal progetto si è passati alla gestione, dalla visione si è predicata la manutenzione. Purtroppo, senza espansione non è scomparsa solo l’illusione, è scomparsa anche la capacità di immaginare.
Su questo terreno si è innestata la trasformazione della politica in comunicazione. In un contesto di crescente competizione elettorale e volatilità del consenso, la politica ha incorporato strumenti e logiche tipiche del marketing, orientando l’azione alla costruzione di consenso immediato. Il risultato è stato un progressivo spostamento dall’elaborazione dei contenuti alla gestione della percezione.
Parallelamente, si è affermata una logica improntata alla rapidità decisionale. La necessità di intervenire con tempestività ha portato a ridurre i tempi e gli spazi del confronto. Tuttavia, la compressione del processo democratico non produce automaticamente decisioni migliori. “Decidere e fare”. Un mantra efficace, almeno in apparenza. Ma la democrazia non è solo decisione. È costruzione delle decisioni. La riduzione del confronto non rende la politica più forte: la rende più fragile. Perché indebolisce la qualità delle scelte e, soprattutto, la capacità di sostenerle nel tempo.
Anche ad Ancona, la gestione della manutenzione ha finito per sovrapporsi –e talvolta sostituire– la visione strategica. Accade quando gli interventi, pur necessari, non sono inseriti in un disegno complessivo e rischiano di risultare tra loro scollegati. Si sistemano infrastrutture. Ma non si costruisce un modello di città. In questo contesto, il dibattito pubblico rischia di concentrarsi su elementi episodici o simbolici, trascurando i fattori strutturali dello sviluppo urbano. Non è possibile monopolizzare il confronto su questioni come la gratuità di grandi eventi o su iniziative di forte impatto mediatico. Anche il valore di “capitale della cultura 2028” o di grandi occasioni per la città deve essere correttamente dimensionato: possono rappresentare un volano, ma non costituiscono di per sé una strategia.
Una città non cambia per degli artisti che fanno concerti. Una città cambia se chi arriva —anche occasionalmente— trova qualità urbana, bellezza diffusa, accessibilità, infrastrutture adeguate e una logistica coerente.
L’effetto complessivo di questi processi è una politica che continua ad agire ma fatica a orientare. L’azione amministrativa non è assente, ma si sviluppa spesso senza un quadro strategico coerente. La manutenzione, indispensabile, tende a sovrapporsi alla visione. In questo contesto emerge un rischio rilevante: costruire un’alternativa artificiale tra ambizione e realismo. Da un lato, il ritorno a una politica della promessa; dall’altro, la rassegnazione a una politica della gestione. Entrambe le opzioni risultano oggi non percorribili.
La sfida è diversa: ricostruire la capacità progettuale all’interno del vincolo. Un progetto di città oggi deve fondarsi sulla conoscenza delle dinamiche demografiche, sulla valutazione dell’economia possibile, sull’utilizzo efficace delle risorse disponibili e sulla centralità della qualità della vita come parametro di valutazione delle politiche pubbliche. Per progettare la città occorre guardare in lontananza e accettare anche traiettorie demografiche non ideali. È verosimile che la popolazione invecchi progressivamente. Continuare a immaginare una città fondata esclusivamente su modelli familiari espansivi non solo è irrealistico, ma rischia di orientare male le politiche pubbliche. Serve invece interrogarsi su come trasformare questo dato in elemento progettuale: come passare da una città “grigia” a una città per “grigi”. Non come rinuncia, ma come ridefinizione dei bisogni. Ciò implica infrastrutture adeguate, servizi coerenti, reti relazionali più forti e la capacità di riconoscere che nuovi bisogni sono già oggi pienamente presenti.
I limiti di bilancio non possono essere l’alibi per non fare; se una cosa si vuole fare, le risorse vanno cercate, ma tutto non si può fare. Servono scelte, un approccio che si può definire “pragmatismo onirico”. Il punto non è scegliere tra visione e realismo. Il punto è ricostruire una visione dentro il realismo. Non si tratta di immaginare città ideali, ma di costruire traiettorie credibili.
Non si tratta di espandere risorse, ma di utilizzarle meglio. Un progetto di città, oggi, non può che partire da alcuni elementi concreti:
– la dinamica demografica, che modifica profondamente i bisogni
– l’economia reale del territorio, che definisce ciò che può crescere
– le risorse effettivamente disponibili, pubbliche e private
– la qualità della vita, come criterio di valutazione
A questa base materiale deve corrispondere anche una revisione profonda del modo in cui vengono pensati ed erogati i servizi pubblici. Occorre affrontare in termini moderni la questione dell’efficacia: non è più sufficiente interrogarsi sulla natura del soggetto erogatore, pubblico o privato, né rifugiarsi in contrapposizioni ideologiche.
È necessario introdurre un approccio fondato su domande essenziali: il servizio risponde ancora a un bisogno reale? L’utenza esprime esigenze diverse? È possibile garantire lo stesso livello di efficacia utilizzando meglio le risorse disponibili?
Non è una riduzione delle ambizioni. È una loro ridefinizione.
Questo approccio richiede anche una revisione del metodo. Non si tratta di rinunciare alla capacità decisionale, ma di integrare la decisione all’interno di un processo condiviso e trasparente. Solo in questo modo è possibile costruire consenso solido e orientare le scelte nel medio-lungo periodo.
Non serve tornare a modelli decisionali lenti e autoreferenziali. Ma non è sostenibile nemmeno una politica ridotta a decisione rapida. La sfida è più sottile: integrare la capacità decisionale con un processo di costruzione condivisa. Non per appesantire l’azione pubblica, ma per rafforzarne la legittimità e la durata.
La politica locale si trova dunque di fronte a una svolta. Non è più possibile promettere oltre i limiti; non è più sufficiente amministrare senza progetto. È necessario tornare a progettare con realismo, senza rinunciare alla visione. Una politica capace di riconoscere i vincoli, ma non di subirli. Di costruire consenso, ma non di inseguirlo. Di decidere, ma senza rinunciare al confronto.
La politica deve tornare a fare ciò che le è proprio: non solo gestire il presente, ma costruire con credibilità il futuro della città. È questo il passaggio necessario per andare oltre i tombini ed alzare gli occhi; così si torna, finalmente, alla città.
::::
Foto di copertina di Matteo Contarin su Unsplash
Andrea Biekar
Andrea Biekar, dottore commercialista. Alterna impegno politico, nella Margherita poi PD e Azione, con incarichi politico amministrativi come consigliere provinciale, presidente Conerobus ed assessore comunale ad Ancona, con un forte impegno nella categoria professionale nel sindacato giovani, come consigliere e poi presidente ODCEC. Attualmente segue con simpatia il Partito liberal democratico ed è presidente nazionale Associazione italiana dottori commercialisti.