«Ho sognato la Piazza del Teatro sgombra dalle auto e centro vitale della città»

E se Piazza della Repubblica tornasse ad essere, come un tempo, centro nevralgico e crocevia del centro cittadino? Una provocazione, o forse un sogno ad occhi aperti di Andrea David, artigiano e proprietario di una storica bottega in Via Degli Orefici.

C’è una celebre performance di Gino De Dominicis in cui l’artista anconetano viene filmato mentre lancia nel fiume una serie di pietre cercando di generare nell'acqua quadrati al posto dei classici cerchi. Un’impresa impossibile, che mi torna in mente quando penso a quanto mi piacerebbe far tornare Piazza della Repubblica ai fasti dei tempi in cui si chiamava Piazza del Teatro, e rappresentava il centro nevralgico della città.

La ripavimentazione di via della Loggia e la sua pur breve pedonalizzazione hanno fatto riemergere nella mia memoria antiche stampe e vecchie foto di Piazza del Teatro. Erano piene di gente, ed era evidente che il cuore, il crocevia della città, era questa Piazza. 

Sgombro subito il campo dall’equivoco: non propongo di restituire l’antico nome di Piazza del Teatro a Piazza della Repubblica, anche se un “già Piazza del Teatro” nella targa non mi dispiacerebbe, perché avrebbe l’effetto di accendere una scintilla di fantasia in molte persone.
Piazza della Repubblica è l’unica in città da cui si vede il mare e le navi che transitano a pochi metri dal varco di accesso inequivocabilmente trasmettono l’immagine di una città portuale.
E’ da qui che decidi se andare a passeggiare verso la Lanterna Rossa, la Fontana dei Due Soli e tutto il Porto Antico, o alla Mole e al Mandracchio, passando per Via XXIX Settembre o per sottomare; o se viceversa concederti una vasca lungo Corso Garibaldi, o piuttosto risalire Corso Mazzini e da lì buttarti in Piazza del Plebiscito “già del Papa”; sempre da qui puoi scegliere di salire verso il Duomo e l’area archeologica percorrendo via della Loggia con le sue potenzialità commerciali oggi inespresse.
Piazza del Teatro dovrebbe essere per natura il punto centrale, il nucleo, il cuore da dove partono e ritornano gli impulsi vitali, e invece oggi, come ormai da decine di anni, è un brutto e mal funzionante parcheggio, in un mix di abusivo e pagamento, una piazzola per taxi con timidi tentativi di socialità, che si scorgono nella scalinata delle Muse e nei pochi tavolinetti di due bar.
Mi va di fantasticare, non voglio entrare in polemica con scelte fatte o in divenire, mi limito a riformulare un assunto nel tentativo di stimolare un’impresa impossibile ma plausibile.
Chiuderei la piazza al transito alle auto e dunque anche al parcheggio.
Immaginerei delle aree sosta in zona Archi, Molo Sud, Mandracchio e nella banchina Nazario Sauro durante le ore notturne e i giorni liberi dall’attracco navi.
Ripenserei il trasporto pubblico in questo modo: il gestore può essere municipale e privato, disponibile a sperimentare e applicare forme versatili di orario e di mezzi, chi scende in “città” da Posatora o Tavernelle con un mezzo pubblico deve poter tornare con taxi collettivi o mezzi più piccoli e agili del bus in orari serali.
I taxi li sposterei in Largo Sacramento di fronte all’ingresso della chiesa.
Via i paletti, l’orrenda pensilina e lo spartitraffico, distribuirei su Piazza Kennedy supporti tecnologici in grado di agevolare la fruizione dei trasporti.
Piazza del Teatro finalmente sgombra dalle auto, con una ZTL ben regolata che non penalizzi i residenti, ma che escluda tutte le rendite di posizione e piccoli privilegi incrostati nell’arco di decenni, diventerebbe, con il vicino piccolo Piazzale della Dogana, il luogo ideale per lo sharing di bici elettriche e altri mezzi, comprese piccole auto.
Le più belle chiese con notevoli opere d’arte, la Pinacoteca, il Museo Archeologico, il Duomo, il Lazzaretto con le sue proposte culturali, il Museo Omero: tutti monumenti vicini e facilmente raggiungibili dalla Piazza, che non a caso ospita il Teatro delle Muse.
Servizi, proposte culturali, target turistici calibrati per una città che sa affascinare per la sua peculiarità, insieme ad una rinnovata vitalità commerciale: elementi necessari per uno sviluppo che fa di Piazza del Teatro il perno imprescindibile.
L’interazione tra commercio, mobilità sostenibile, spazio pubblico e cultura crea una innovativa offerta, che non va soltanto a colmare una domanda, ma che è in grado di stimolarne e crearne una nuova.
L’urbanistica è determinante per le attività produttive e commerciali, le città italiane sono un unicum nel panorama mondiale.
Troppi stereotipi negativi hanno accompagnato il commercio e la bottega, che per mia esperienza significano creatività, scambio, fantasia, civiltà, naturale controllo del territorio e presidio di legalità.
Il mio fantasticare è forse sottilmente provocatorio. Sull’onda dei ricordi evocati da una vecchia stampa, ho sognato persone vestite con abiti di oggi. E mi è parso possibile, come il formarsi di tanti quadrati attorno a un sasso lanciato nello stagno.


Cura dell’ambiente: un dovere per tutti, ma per Ancona anche una straordinaria opportunità

Sviluppo e sostenibilità non sono temi in contrasto, anzi dalla capacità di farli coesistere passa il futuro dell’Europa. La consapevolezza delle persone e il coinvolgimento delle comunità negli inevitabili processi di cambiamento in atto sono la base da cui partire. Ne scrive per A Agnese Riccardi, giovane biologa Marina e guida subacquea anconetana

Sembra proprio che la corrente abbia iniziato a scorrere veloce facendo il giro del mondo, chissà chi sarà pronto a tuffarsi. Di cosa parlo? Della certezza, globalmente condivisa, che la conservazione e la cura dell’ambiente non sono un limite ma un’opportunità, delle meraviglie di Ancona e delle occasioni che la attendono.

Il Green Deal europeo apre la strada affinché l'Europa diventi il ​​primo continente a impatto climatico zero entro il 2050, mirando ad una società più equa, più pulita e (per l’appunto) più green. L'UE, in questo senso, ha stabilito 5 Missioni che “mirano ad affrontare le grandi sfide in materia di salute, clima e ambiente e a conseguire obiettivi ambiziosi e stimolanti in questi ambiti”.

Non me ne vogliate, tutte le Missioni UE hanno lo stesso peso di importanza, ma io sono una persona semplice: mangio, bevo, dormo, rido e senza mare non vivo – e sono certa che molti anconetani possano capirmi, sentendo ancora molto forte il legame con il mare che circonda la città. Dedico al mare il mio lavoro e il mio tempo libero (sono una biologa marina e guida subacquea) e non posso quindi che porre l’accento sulla componente blu del nostro Pianeta e, in questo contesto, sulla Missione UE "Salvare Oceani e Acque": conoscere, ripristinare e proteggere i nostri oceani e le nostre acque sarà fondamentale per raggiungere gli obiettivi del Green Deal europeo e per contribuire all'attuazione dei 17 obiettivi dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile e della Decade delle Scienze del Mare, consentendo agli europei di dare forma a un'economia prospera futura.

La conoscenza è inevitabilmente il primo dei gradini da scalare. Abbiamo necessità di creare una società "alfabetizzata” riguardo gli oceani (c.d. Ocean Literacy), al fine di poterne comprendere il valore per il nostro stesso benessere. Oggi la scienza ha conoscenze sufficienti per suggerire ai decisori politici la strada da seguire, ma comunicare queste conoscenze al grande pubblico richiede un linguaggio e dei canali di comunicazione adeguati, fondamentali per lo sviluppo di strategie condivise. Le emergenze che la società percepisce nei confronti dell’ambiente marino dovrebbero spingere verso la ricerca di soluzioni concrete. Uno dei principali ostacoli è che spesso la percezione dei problemi è solo parziale: noi comprendiamo meglio quello che vediamo e tocchiamo con mano. Facciamo un esempio concreto: la plastica che si accumula ormai ovunque riduce il valore estetico di un paesaggio, è un pericolo spesso letale per numerose forme di vita e si sta rivelando un problema sempre più concreto anche per la salute dell’uomo. Questo è un problema che percepiamo tutti sempre più chiaramente, a Palombina, al Conero così come alle Maldive. Questa consapevolezza ha portato i decisori politici a intraprendere azioni concrete come lo stop all’impiego di plastica monouso. All’opposto, molto più difficile è creare consapevolezza sui cambiamenti climatici: sono sicuramente molto discussi, ma i loro effetti, agli occhi del pubblico, rimangono ancora troppo poco concreti affinché si agisca con urgenza sfruttando gli strumenti a disposizione.

Per quel che ci riguarda, la base di questo processo culturale può essere l’investimento di risorse in una divulgazione scientifica ad hoc rivolta alla comunità anconetana. Molti altri aspetti possono (e devono) però essere presi in considerazione per attuare strategie di coinvolgimento della cittadinanza che mirino ad incrementare le consapevolezze riguardo all’ambiente marino, ma al tempo stesso siano perfettamente coincidenti con obiettivi di sviluppo sostenibile ed opportunità reali di crescita imprenditoriale ed economica. Solo così possiamo pensare di rendere Ancona una città competitiva a livello europeo.

La citazione “Think global, act local” (pensa globale, agisci locale), attribuita all’urbanista scozzese Patrick Geddes, esprime un concetto talmente importante per l’umanità al punto da essere ripreso, analizzato e riproposto da diversi altri scienziati nel mondo negli anni a seguire. Dobbiamo riorientare globalmente le nostre economie e la nostra società verso obiettivi a lungo termine, ma cambiando localmente il nostro rapporto con la natura – ritrovando anche quella connessione antica che i popoli costieri avevano con il mare.

E in questo senso ci sarebbero per Ancona, e soprattutto per le sue nuove generazioni, infinite possibilità.

Ancona, città di mare e città di porto. Il suo popolo è connesso al mare storicamente, culturalmente e, consentitemi, anche in ambito culinario. Col tempo questa connessione si è inevitabilmente diluita e oggi risulta fondamentale ricordare, riacquisire, le conoscenze perdute e ristabilire quella relazione che si riesce ad assaporare ancora tramite preziosi racconti di nonni e conoscenti.

Negli ultimi tempi, i cittadini anconetani hanno espresso il crescente desiderio di poter condurre “vite diverse”, godendo dei benefici derivanti da una natura in salute. Ce lo dicono le numerose iniziative di clean-up costiero (pulizia delle spiagge) organizzate sempre più spesso da gruppi di cittadini e da associazioni locali; le discussioni sorte attorno al PUMS (Piano Urbano per la Mobilità Sostenibile), nell’ambito delle quali si è richiesta a gran voce la progettazione di una viabilità (anche, ma non solo, vie ciclabili) che abbia l’obiettivo di migliorare la qualità della vita delle persone; le sollecitazioni per la riqualifica e la messa in sicurezza di vari sentieri nel Parco del Conero; il ripreso (e acceso) dibattito riguardo l’istituzione dell’Area Marina Protetta; la possibilità di, e le istanze per, un centro storico “più pedonale” (oltre che più vivo).

Ce lo dicono anche i dati sul turismo costiero Mediterraneo, che risulta in forte aumento con stime che prevedono un andamento destinato a crescere esponenzialmente nel prossimo futuro, e in particolare la Riviera del Conero, che è stata negli ultimi anni una delle mete più gettonate di turisti nazionali e internazionali, grazie al connubio perfetto tra natura, storia e cucina. Questo settore ha un pesante impatto sul PIL nazionale e sull’economia locale. Non possiamo e non dobbiamo rinunciarci, ma abbiamo anche il dovere di proteggere il nostro patrimonio ambientale terrestre e marino e di trovare la giusta strada da percorrere verso uno sviluppo sostenibile, per le presenti e le future generazioni. Le due istanze, a differenza di quanto spesso si è portati a pensare, non devono per forza confliggere, anzi.

Come fare?

In questa città, con un tale patrimonio culturale e biologico marino, il passaggio dal turismo convenzionale a quello sostenibile non sembra solo possibile, ma sembra la scelta migliore, forse obbligata. Ultimamente, è sempre più forte una nuova tendenza, nata e sviluppatasi di pari passo con la crescita della “sensibilità ambientale” e del bisogno di contatto con un ambiente sano – che la società ha riscoperto anche e soprattutto durante la pandemia Covid. Parliamo di Eco-turismo, un turismo nuovo, spesso orientato verso Aree Naturali Protette, che mi piace definire “di qualità”. Un tipo di turismo che pone l’attenzione non più soltanto sui prodotti e le attrazioni turistiche, ma sulle emozioni che l’ospite può provare durante il soggiorno. Gli eco-turisti cercano esperienze, viaggi significativi, benessere, fornitori di servizi turistici che operino in modo etico, responsabile, e in connessione con la comunità locale.

Trovo che la città di Ancona, con il suo territorio, sia un gioiello da scoprire con moltissimo potenziale e che abbia tutte le carte in regola per offrire questa nuova tipologia di turismo, che vuole conoscere, imparare e rispettare la città, la natura e le tradizioni locali. L’ecoturismo è sicuramente una delle chiavi, già colta e sviluppata in altri luoghi del mondo in modo più che soddisfacente, per conciliare il bisogno di uno Sviluppo Sostenibile con il turismo costiero in crescita, l’imprenditoria e la ripresa economica. Accogliere e valorizzare questo nuovo modello dovrebbe garantire che l'impatto del turismo sulla natura possa essere ridotto al minimo, le culture locali possano essere rispettate ed i benefici economici possano essere distribuiti tra le comunità locali.

Esistono strumenti, linee guida e network europei che supportano le comunità durante il processo, stimolando il confronto e la crescita. In questo, la presenza dell’Università Politecnica delle Marche in città, una delle Università più rinomate in Italia, può essere di grande aiuto. Penso, ad esempio, ad alcuni progetti già attivi in loco che prevedono il coinvolgimento della cittadinanza in progetti di ricerca: non c’è dubbio che la diffusione della “Scienza del Cittadino” (c.d. Citizen Science) sia uno degli strumenti più efficaci nell’iniziare a favorire un turismo più sostenibile. Recenti studi mostrano come i turisti coinvolti in attività di Citizen Science acquisiscano una maggiore consapevolezza e sensibilità rispetto ai temi ambientali e una forte motivazione verso comportamenti e scelte sostenibili, oltre ad incrementare economia e sviluppo del settore turistico-ecosostenibile. Ma penso anche ad una “nuova” tipologia di imprenditoria – o, forse meglio, un nuovo approccio imprenditoriale – che ha già messo piede praticamente in tutti i continenti del pianeta, con una doppia faccia, sociale e ambientale: l’imprenditoria dei “changemaker”, che unisce alla ricerca dell’utile in senso economico, anche una vocazione a creare un cambiamento che ha come fine ultimo il benessere della collettività. È questo un ulteriore argomento che merita di essere approfondito, poiché credo che la città di Ancona sia sede di interessanti idee, giovani e fresche, e della voglia di sprigionarle e realizzarle aspirando ad un grande impatto positivo per la cittadinanza.

Vedo un futuro, non troppo lontano, in cui la percezione della cittadinanza anconetana su determinati temi ambientali di importanza cruciale, e quindi le sue necessità, non vengano più trascurate o date per scontate. Vedo scienziati e politici collaborare realmente per il raggiungimento di questi comuni obiettivi. E, soprattutto, sono convinta che questa visione non sia solo mia.


Foto: Francesca Tilio


Disagio minorile: più politiche sociali, meno drammi sui giornali

Sul tema del disagio minorile, che in questi ultimi tempi sta tenendo banco nella nostra città, accogliamo l'intervento di Andrea Nobili, avvocato, esperto di diritto di famiglia, Presidente della Camera minorile della provincia di Ancona ed ex garante regionale dei diritti dell'infanzia.

Negli ultimi tempi il tema della delinquenza giovanile attira enorme attenzione da parte dei media e, anche per questo, desta forte preoccupazione. La percezione diffusa è quella di una situazione che si avvicina pericolosamente ad una vera e propria emergenza sociale.
Il clima nelle Marche e ad Ancona è davvero quello narrato dalla stampa locale? Non si può nascondere che, purtroppo, un’escalation esiste. A confermarlo sono i servizi sociali che vedono crescere giorno dopo giorno il numero di ragazzi in carico e la mole di lavoro che è chiamata a svolgere la magistratura minorile, cui vanno riconosciuti meriti significativi. Perché quello minorile è uno dei pochi settori della giustizia in cui, nonostante la non adeguatezza dei mezzi, si cerca di applicare il dettato costituzionale del recupero del reo che, quando si tratta di giovanissimi, assume un valore ulteriore. Ciò attraverso istituti quali la messa alla prova, che sono diventati un modello positivo anche per gli adulti: è chiaro però che poter essere davvero efficaci necessitano di un’adeguata operatività.

Però, al tempo stesso, va denunciata una drammatizzazione eccessiva del tema, basti pensare all’enfasi sulla presenza massiccia di gruppi criminali nella nostra città. Si descrive una realtà in cui minorenni a rischio rappresentano una minaccia per la convivenza civile. Il tutto appesantito dall’abuso e dall’utilizzo inappropriato di termini quali bulli, baby-gang, carcere.
Ciò accade anche perché negli ultimi anni è cambiato radicalmente il clima nella pubblica opinione verso il disagio minorile, in particolare verso quello che sfocia nella trasgressione delle leggi. Con la politica che troppe volte preferisce semplificazioni securitarie a più complesse valutazioni sociali sulle cause che determinano le situazioni di devianza. E’ più facile applicare dispositivi di videosorveglianza e invocare interventi repressivi, piuttosto che elaborare progetti di politica sociale all’altezza della complessità dei tempi che stiamo vivendo.

La causa più frequente che spinge i ragazzi a commettere reati è legata alla fragilità del contesto familiare e sociale di appartenenza, ovvero a status di povertà materiale e culturale, che possono condurre all’emarginazione. E’ un dato di fatto che coloro che vivono in aree periferiche svantaggiate o appartengono a minoranze etniche incorrono in rischi maggiori.
E l’emergenza sanitaria, con le conseguenti imposizioni di disarticolazione sociale, ha prodotto un’inquietante accelerazione del disagio relazionale e psicologico di tanti giovani.

Gli adolescenti tendono ad accompagnarsi a coetanei con caratteristiche simili: può capitare che l’esigenza di sentirsi parte di un gruppo, induca l’adolescente a vivere in aggregazioni i cui componenti sono accomunati dal desiderio di essere rispettati dalla società, di trasgredire e di sentirsi invincibili. Tutto è più difficile, poi, quando gli appartenenti sono soggetti problematici, provenienti da contesti e situazioni sociali disagiati.

Una riflessione specifica va sviluppata sul versante delle politiche dell’integrazione dei giovani di origine straniera, che rappresentano una quota non del tutto banale del fenomeno di cui stiamo parlando. Il pericolo è che anche dalla nostri parti accada ciò che si sta verificando in città di maggiori dimensioni, con l’emergere di contesti devianti strutturati sulla base dell’appartenenza etnica.

Così come va sottolineato che se si è drasticamente abbassato il livello di percezione dell’illecito nei giovani, ciò è anche in conseguenza dei modelli aggressivi forniti dagli adulti, ripresi continuamente da film, serie televisive e canzonette varie. Con un’ulteriore distorsione provocata dal metaverso della rete, laddove reale e virtuale si sovrappongono e le conseguenze delle azioni si fanno sempre più sfuggenti.

Per provare a prevenire, arginare e combattere il dilagare ulteriore del fenomeno sono necessari progetti straordinari e misure adeguate, che supportino il ruolo delle famiglie e della scuola, il primo vero contesto in cui i ragazzi iniziano a costruire relazioni sociali. Vanno rafforzate le reti di sostegno sociale, potenziando le attività di psicologi, assistenti sociali, mediatori culturali, ricordandosi che l’intervento degli operatori di pubblica sicurezza e della magistratura penale andrebbe prevenuto, intervenendo convintamente sul versante sociale.
Occorre muoversi in controtendenza rispetto a quanto è accaduto nel tempo, tornando a credere e a investire in politiche sociali che forniscano opportunità di inclusione anche per i giovani più difficili.
La sfida non è semplice. Ma ci sono i punti cardinali che orientano una comunità che vuole davvero ritrovare se stessa e continuare ad affermare i valori della convivenza.

 


Foto: Dhruv via Unsplash


Alzare il livello, abbassare i toni

Con questo articolo di Gabriele Battistoni diamo il via ad una serie di interventi che entrano nel vivo delle questioni aperte e dibattute in città. E ci fa particolarmente piacere che si cominci con un pezzo che parla di mobilità lenta e che si cominci da Gabriele, che anche attraverso il suo lavoro si è sempre impegnato al massimo per sensibilizzare la città su questi temi. Ma soprattutto ci fa piacere iniziare con un articolo che parla della necessità di migliorare la qualità del dibattito.

 

Ieri il giornale titolava in prima pagina “VIA XXIX SETTEMBRE IN RIVOLTA”. Il sottotitolo spiegava che la colpa è del progetto di pista ciclabile che porterà via 41 posti auto in zona Archi. Gli operatori commerciali parlano di “Disastro”. All’interno del giornale si continua su questo tenore: “Ciclabile: che sciagura”, “Rabbia degli operatori”, “tragedia per tutto il centro” e via di questo passo. Addirittura i cittadini che usano il monopattino (mezzo ecologico di cui il governo ha incentivato l’acquisto fino all’anno scorso) vengono apostrofati come “fan”, che per carità non è un insulto ma lascia intendere che chi va in monopattino lo fa per moda, per vezzo, quando invece qui ad usarlo sono in prevalenza gli operai che abitano al Piano e lavorano al Porto. E che grazie al monopattino si spostano con pochi soldi e senza inquinare, senza occupare parcheggi, senza intasare il traffico.

Non è la prima volta che i giornali si esprimono in questi termini a proposito delle piste ciclabili e in generale dei progetti a sostegno della mobilità dolce. Anzi direi che siamo alle solite. Il ritornello è più o meno sempre lo stesso: “Soldi buttati via”, “Dove sono tutti questi ciclisti?”, “Ancona non è Pesaro”, “Prima o poi ci scappa il morto!”.

Mi dispiace ma non sono questi i modi, non sono questi i toni.

Se il comune sentire della gente è contrario alle piste ciclabili, la stampa sbaglia nell’alimentarlo senza opporre una corretta e completa informazione, e nell’amplificare certi interessi particolari che si confondono con quelli generali. Anch’io sono titolare di un esercizio commerciale, comprendo i timori e le preoccupazioni di baristi, tabaccai e commercianti, ma non mi sta bene buttare nello stesso calderone i disagi patiti per un cantiere infinito e le critiche alle piste ciclabili. Mi chiedo se i commercianti della zona siano stati ascoltati e adeguatamente informati in fase di progettazione. Ma mi chiedo pure perchè sui giornali non viene dato lo stesso risalto ad altri operatori che invece sono favorevoli alle piste ciclabili, o che magari in altre zone hanno visto aumentare gli incassi grazie ad una via che è stata pedonalizzata. E guardate che ce ne sono. Anche ad Ancona.

Mi chiedo perchè non si dia ampio risalto e titoloni a studiosi ed esperti che possono spiegarci bene come stanno le cose. Probabilmente ci direbbero che i soldi spesi per incentivare le bici e i monopattini non sono buttati via, ma costituiscono un prezioso investimento anche economico. Gli sprechi sono altri. Ci direbbero che il morto c’è già scappato, anzi ci scappa regolarmente proprio perchè ADESSO le strade sono insicure e inadeguate. Ci direbbero che sì, bella scoperta, Ancona non è Pesaro e non è Ferrara, ma anche da noi ci sono interi quartieri pianeggianti, vaste zone densamente abitate che trarrebbero grandi benefici dalla presenza di reti ciclabili, zone 30, traffico limitato, spazi sicuri in cui le persone sono libere di camminare e i bambini di giocare. 

Senza contare che oggi con le bici a pedalata assistita e una seria piattaforma di bike sharing anche le salite di Ancona non sarebbero più un problema insormontabile. E senza contare, già che ci siamo, che quando si guarda a città che hanno affrontato in maniera intelligente i problemi col traffico, non si pensa a Pesaro, ma semmai a Lisbona, che proprio pianeggiante non è.

Si legge sul giornale: “Bene la transizione ecologica, ma fatta con intelligenza”. Che meglio spiegato più sotto significa: lasciamo perdere le piste ciclabili, pensiamo a fare più parcheggi.

Bene, peccato che come ha sottolineato l’assessora Ida Simonella, spesso i parcheggi già ci sono, ad esempio quello coperto degli Archi consente la sosta a 2 euro per l’intera giornata ma è poco utilizzato.

Mi conforta, a tal proposito, che stavolta il Comune per voce della Simonella sia uscito allo scoperto con un post su Facebook doveroso, che abbia parlato, che abbia deciso di metterci la faccia e indicare la via che l’ammninistrazione vuole percorrere.

Poi se ne può parlare, anzi se ne deve parlare. Il confronto, la partecipazione e il coinvolgimento di tutti sono sempre la strada da privilegiare. Io stesso ho sollevato dei dubbi sull’impostazione della pista ciclabile provvisoria agli Archi, che ha una miriade di difetti. Sono il primo a dire che non basta pitturare di rosso una porzione di strada per dire di aver messo in sicurezza i ciclisti. Sono convinto che “più piste ciclabili” non equivale a “meno parcheggi” perchè quella di mettere in contrapposizione le auto e le bici è una cantilena che non si può più sentire. Ad Ancona c’è un problema di traffico, c’è un problema di parcheggi e c’è anche il problema di tutelare gli utenti della strada deboli e non inquinanti. Bene, serve un piano che affronti tutte queste cose nell’insieme. E possibilmente servirebbe affidare i progetti a dei veri mobility manager e a chi ha reali competenze per farlo.

Soprattutto bisogna abbassare i toni, che le parole sono importanti, specie quando sono strillate sui giornali. Altrimenti sarà una tragedia, un disastro, una sciagura.

 


Foto: Sebastian Herrmann via Unsplash